Ue dei diritti in scatola
Paghiamo in euro, possediamo una bella bandiera blu con tanto di stelline e abbiamo scoperto che Maastricht non è una parolaccia in ostrogoto, ma la città che (oltre a essere costata la vita al moschettiere D’Artagnan, morto nell’assedio del 1673) ha trasformato la vecchia Comunità in Unione: siamo, insomma, cittadini europei. Qualcuno, però (e vien da dire come sempre), è più cittadino degli altri. Facciamo un passo indietro. Per comune retorica e auspicio di molti, l’Europa unita sarebbe il paracadute dei cittadini. Già, ma i “cittadini” cosa e chi sono? Stando alle ultime votazioni dell’emiciclo dove si svolgono i lavori parlamentari (vedi box a pag. 13), parrebbe che una volta in più sia il contenuto a doversi adattare al contenitore e non viceversa. Cioè che gli europei debbano attenersi a un’idea di cittadinanza forgiata su misura per loro da “chi se ne intende”. Il quale, però, pensa cittadinanza e relativi diritti solo a immagine e somiglianza della propria ideologia pretesa buona per tutti. Ecco allora la congerie di “nuovi diritti” nati per relazioni di Commissione ad hoc e per votazione, grazie alla quale gli europei si scoprono titolari di magnificenze quali l’aborto (è successo il 3 luglio con l’approvazione a Strasburgo della relazione «sui diritti sessuali e riproduttivi», presentata a nome della Commissione per i diritti della donna e le pari opportunità dalla socialista belga Anne E. M. van Lancker). Tutti cittadini, qualcuno più degli altri e i primi che decidono anche per i secondi: chi non ci sta, peste lo colga. Ovvero: se de facto e in re esiste “altro” rispetto a quanto deciso da lorsignori nello stilare l’identikit del perfetto europeo, tanto peggio. È il caso che ha visto recentemente coinvolta la Santa Sede, che una banda di parlamentari facinorosi vorrebbe bandire dai palazzi di vetro europei. Perché? Perché è diversa dai fabbricatori di cittadini in scatola.
L’europa che non ci piace
La Chiesa non in quanto “cosa cattolica”, ma in quanto “cosa diversa”. Che, però, guarda caso, è diversa perché è cattolica: evita cioè di sottoscrivere le porcherie perché così non va nel mondo delle cose reali, non per partito preso. Punto e basta.
È così?, chiedo a Mario Mauro, deputato del Partito Popolare Europeo che a Strasburgo ha recentemente ed energicamente richiamato l’aula ha maggiori dosi di realismo.
Sì, certo. Da un lato, tutto questo affonda parte delle proprie radici nel milieu generato da quelle notissime lobby di pressione, opinione e potere che oggettivamente albergano nelle istituzioni europee e che sono un po’ il portato storico di quel modo tipico della Sinistra tradizionale di parcheggiare, proprio in Europa, magari in veste di funzionari o d’incaricati speciali, i rappresentanti delle loro componenti interne di tipo radicale (penso in specie agli attivisti del mondo femminista o di quello omosessuale). Dall’altro, però, mi sembra del tutto evidente come l’idea di certi gruppi politici di muoversi in così grande stile per emarginare vistosamente o addirittura per allontanare definitivamente la Santa Sede dallo scenario delle grandi istituzioni rappresentative di livello continentale o addirittura mondiale riveli manovre assai più significative dal punto di vista strategico, soprattutto in pendenza di confronti decisivi per quanto attiene all’evoluzione proprio dello scenario internazionale. In un contesto globale che vive i grandi problemi odierni (il rapporto con il mondo islamico, per esempio, laddove le posizioni statunitensi sul Medioriente o, che so, sul Tribunale penale internazionale sono assolutamente palesi), mi domando: a chi giova far fuori il Vaticano?
Già, a chi giova? Sicuramente non è solo un rigurgito di estremismo come malattia infantile del radicalismo…
La domanda è ancora più profonda: a chi giova che la Santa Sede appaia come un Moloch capace d’incutere chissà quali paure a un mondo di anime belle tutte invece ansiose solo di svelare i misteri nella ricerca scientifica, di sondare le nuove frontiere della bio-tecnologia o di saggiare il limite estremo dei diritti intangibili della persona? A chi mira a levare di torno una volta per tutto una cosa semplicissima: la possibilità che una realtà sui generis qual è la Chiesa cattolica comunichi se stessa e la propria esperienza, e così facendo incida di fatto sullo scenario delle relazioni internazionali. Questo dà oggettivamente fastidio.
Ma su tutto questo pesa la costante interpretativa delle istituzioni europee. Il mondo liberale e il mondo della sinistra, molto divisi per esempio su temi di natura economica, si trovano non di rado uniti su tematiche come queste. Non tanto forse per concordanze ideologiche in merito a una certa definizione comune dei diritti della persona, che si oppone a quella difesa invece dalle Chiese cristiane o dalle forze politiche di estrazione popolare, quanto piuttosto per effetto di un atteggiamento assolutamente conformistico ri-spetto a certa retorica europeistica imperante.
Fa specie che i liberali europei abbiano votato la relazione Izquierda Rojo, che di fatto colpisce la Santa Sede, quando è in realtà chiarissimo come e quanto essa violi il principio di sussidiarietà e addirittura i contenuti dei Trattati europei di fondazione, che bene esplicitano come appunto su queste materie l’Unione non abbia alcun titolo a intervenire.
È la costante grande confusione semantico-ideologica: il gruppo europeo a cui lei fa riferimento è liberal, ovvero social-progressista, più che “liberale classico”…
Vero, ma la comprensione di questa differenza non è assolutamente scontata e men che meno nota la sua esistenza. Bisognerebbe cominciare a domandarsi perché in Europa un Francesco Rutelli stia con i liberali, mentre le forze politiche che si rifanno anche al liberalismo classico, per esempio i Conservatori britannici, facciano parte, seppur magari con qualche difficoltà, del gruppo europopolare.
Come mai questi attacchi alla Santa Sede avvengono così intensamente proprio ora?
Le ultime prese di posizione dell’aula europarlamentare sono di fatto propedeutiche al dibattito che si svolgerà dentro e attorno la Convenzione europea, una battaglia campale che durerà almeno un anno.
Siamo allora allo sfascio dell’Europa?
L’idea di Europa cara ai “padri fondatori” era basata su un rapporto fra Stato e cittadini inteso come patto di libertà in cui lo Stato sovranazionale si fa garante dei tentativi che gli stessi cittadini fanno per rispondere concretamente ai propri bisogni. Ciò a cui stiamo assistendo oggi, invece, è il trionfo di un approccio puramente ideologico e astratto in cui l’Europa pretende di poter intervenire ad libitum per dettare direttamente le forme della convivenza. Una sorta di Europa para-giacobina, insomma. Prendiamo il caso concretissimo della Repubblica irlandese. In 19 anni, i suoi cittadini sono stati chiamati per ben tre volte a esprimersi con il voto referendario sull’aborto e per tre volte ne hanno respinto la legalizzazione. L’aborto è vietato sin nella Costituzione irlandese. Bene. Visto che però fra breve gl’irlandesi saranno chiamati a ratificare il Consiglio di Nizza, cosa succederà? Probabilmente accadrà che gl’irlandesi manderanno a monte sia Nizza, sia l’Europa. Forse, forse, i tratti di quell’Europa grottesca a cui ogni tanto accenna il ministro Umberto Bossi non sono puro parto di fantasia.
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