Ul bel bagai de l’oratori
L’Italia canticchiava Nicola di Bari, Cannes premiava “La classe operaia va in paradiso” a pochi giorni dall’assassinio di Calabresi, un tizio prendeva a martellate la Pietà di Michelangelo. Il mondo, dunque, era pronto. E l’8 settembre 1972 nacque Daniele Capezzone. Maschio, bianco, Vergine. Si spera non solo dal punto di vista zodiacale, giacché il Nostro incontra il letto solo 4 ore su 24, impegnando le 20 restanti tra scioperi della fame, proteste in catene o con bavaglio, dichiarazioni all’Ansa, referendum, comparsate tv, radio, web, stampa. Ci fu un tempo, però, in cui Capezzone non era ubiquo: gli anni tra i 7 e i 19 li passò perlopiù dai Fratelli delle Scuole Cristiane. «Ne sono uscito con il massimo dei voti e il minimo della fede», affermò una volta lanciando la metafora del virus che crea l’anticorpo. Comunque a quell’età, con gli ormoni in subbuglio, s’innamorò della politica, ma senza dichiararsi. Fino a quel 1 gennaio del 1998, quando il figlio modello, lo studente occhialuto, media del 30 sul libretto della Luiss, incontrò Marco Pannella. In sette minuti e mezzo si giocò laurea, casa, famiglia. Mai più natali, pasque, capodanni e ferragosti: Capezzone fu inghiottito intero dal partito radicale. La rassegna stampa radiofonica della domenica mattina come unico ristoro dai chilometri macinati su e giù per l’Italia in treno, aereo, traghetto e deltaplano. L’ex oratoriano oggi sogna «il cellulare guasto» e «un paese desessualizzato».
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