Ultimi fra gli ultimi

Di Rodolfo Casadei
26 Luglio 2007
In Iraq erano le prede preferite dei terroristi. Ora farebbero di tutto pur di restare in Giordania, un paese che non ha nulla da offrire. Rana Sweis dell'Onu racconta gli "infedeli" rifugiati ad Amman

Amman
Si stima che in Giordania abbiano trovato riparo 750 mila profughi iracheni, ma all’ufficio Onu per i rifugiati (Unhcr) ne risultano registrati soltanto 36 mila. Per Rana Sweis, dell’Unchr di Amman, la causa di tale divario è «essenzialmente il fatto che a noi si rivolgono i gruppi più minacciati, i soggetti maggiormente vulnerabili. Non abbiamo ancora statistiche etno-religiose dettagliate, ma si può dire che la maggioranza dei profughi iracheni in Giordania è costituita da sunniti, cui si aggiungono le minoranze degli sciiti, dei cristiani e dei sabei (i seguaci di Giovanni il Battista, ndr). I primi di solito fuggono la minaccia generica della guerra e del terrorismo, i secondi fuggono minacce specifiche: sono il bersaglio di azioni violente mirate».
Quanti iracheni si rivolgono giornalmente alla vostra struttura qui ad Amman?
Gestiamo fra i 100 e i 150 casi al giorno. C’è stata una prima impennata dopo l’attentato di Samarra del febbraio 2006, che scatenò la guerra civile fino ad allora strisciante fra sunniti e sciiti, e un’altra all’inizio di quest’anno. Pensi che fino a dicembre qui lavoravano 32 unità di personale, adesso siamo 100. E l’agenzia ha raddoppiato gli stanziamenti per la crisi irachena, portandoli a 123 milioni di dollari per quest’anno.
La Giordania chiude un occhio sulla condizione illegale della maggior parte dei profughi, ma poi per loro è molto difficile trovare lavoro e accedere ai servizi sanitari e scolastici.
Non getterei la croce sulla Giordania: è un paese con poche risorse, molti poveri e un alto tasso di disoccupazione, che oggi ospita una popolazione di profughi pari al 13 per cento di quella nazionale. È come se in Italia vi ritrovaste con 7 milioni di profughi. E di certo le scuole e la sanità italiane non sono sotto stress come quelle giordane. Discutiamo i problemi dei profughi col governo giordano, che manifesta giuste preoccupazioni in materia di sicurezza. Alla conferenza di Ginevra in aprile abbiamo fatto presente ai grandi paesi che il peso dell’esodo ricade perlopiù sulle spalle di Giordania e Siria: la comunità internazionale dovrebbe fare di più.
Cosa fate per i profughi, a parte registrarli e chiedere ad alcuni paesi come Stati Uniti, Svezia, Australia e Canada di accoglierli?
Cofinanziamo gli ambulatori della Caritas. Assistiamo con avvocati chi finisce in prigione per problemi legati al diritto di residenza nel paese. L’Unicef e Save the Children si occupano della loro scolarizzazione.
Di cosa sono maggiormente preoccupati i rifugiati iracheni che si rivolgono a voi?
Di essere espulsi dal paese e rispediti in Iraq. La più grande paura dei rifugiati è di essere arrestati e deportati, anche se il numero degli espulsi è in realtà molto basso. In dicembre sono stati deportati 20 iracheni, adesso la media mensile è un po’ più alta, ma i numeri assoluti restano molto bassi. Poi la seconda preoccupazione riguarda il lavoro, per il quale il governo giordano non rilascia permessi. La gente sopravvive coi risparmi o col denaro inviato dai parenti all’estero, qualcuno lavora in nero nel settore delle costruzioni o del piccolo commercio.
Colpisce il fatto che qui in Giordania, come in Siria e in Libano, non esistano campi profughi per gli iracheni.
È un fatto positivo e negativo allo stesso tempo. Positivo perché i profughi vivono mescolati alla popolazione, senza discriminazioni. Negativo perché per noi diventa più difficile individuare i soggetti più vulnerabili.

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