Un amico mi ha aperto gli occhi
Mi occupo essenzialmente di tumori, un campo nel quale ci si confronta quotidianamente con il limite, in senso negativo ma anche positivo. Immaginate per un momento la discesa in sci estremo della parete nord dell’Adamello, con tutti i suoi passaggi estremamente difficili, complessi e rischiosi: molti interpretano tutto questo come un modo di buttare via la vita; per me invece significa che attraverso l’allenamento, l’applicazione, il massimo sforzo si può arrivare ad un gesto così preciso che si avvicina al limite del possibile nel tentativo di fare qualcosa che prima non era mai stato fatto.
Ma avere sempre presente la questione del limite, per un chirurgo come me che opera circa mille tumori all’anno, presenta almeno tre implicazioni. La prima, che è molto forte e deve essere sempre presente a noi, è che la vita è un dono, e questa è un’affermazione che deve fare non solo il chirurgo, ma chi si trova dentro al problema come paziente. La seconda è la necessità di testimoniare in qualunque momento della terapia la verità, perché è la verità che deve guidarci in qualsiasi gesto compiamo nei confronti di un’altra persona, soprattutto quando questa persona si trova in una condizione di estrema debolezza. La terza considerazione è la più difficile: è la necessità di prendersi la croce; sia il chirurgo che il paziente devono prendersi la loro croce.
Il limite e la croce consistono in varie cose. La chirurgia oncologica ai nostri livelli implica che soltanto il 30-40 per cento dei nostri malati è destinato a sopravvivere, e questo è il limite di fronte a cui ci troviamo e la croce che portiamo. La nostra chirurgia può comunque essere utile per la qualità della vita delle persone, ma talvolta non è considerata conveniente dalla società, perché curare pazienti con bassa aspettativa di vita spesso è costoso: questo crea pressioni in noi e nei pazienti. Tutti i giorni abbiamo un caso più difficile dell’altro e ce n’è uno che ci attira più di un altro: in quel momento è molto difficile trattare le persone come persone, distinguerle dai casi complessi che esse impersonano. Inoltre testimoniare la verità vuol dire essere fedeli alla vita e alla scienza, confrontarsi coi colleghi più bravi, analizzare spietatamente i minimi errori, cosa che noi facciamo in momenti stabiliti. Ma anche qui è in agguato il pericolo di credere che tutto dipenda da noi, che la vita non abbia anche altre strade. A questo proposito l’episodio decisivo della mia vita è accaduto qualche anno fa, quando direttore generale dell’ospedale dove lavoro è diventato Marco, un mio ex compagno di università. Quando purtroppo si è ammalato di tumore, lo abbiamo operato con tutta la scienza e la “cattiveria” di cui eravamo capaci, abbiamo fatto il massimo. Marco ha intuito questo nostro sforzo, e qualche giorno prima di morire mi ha voluto comunicare il suo pensiero. Mi ha cercato più volte al telefono, ma io quel giorno operavo fino a tarda notte. Un altro amico mi ha raggiunto e portato le sue parole: «Marco mi ha detto di ringraziarti perché sa che tu hai fatto per lui tutto ciò che era fattibile. E mi ha detto che lui può fare una cosa per te che tu non hai fatto per lui. Lui vuole donare la sua vita per te». E lì ho capito quanto importante sia nel lavoro di una persona come il chirurgo – uno che mette le mani su di un suo fratello tutti i giorni – affidarsi agli amici, ad una compagnia con la quale possa confrontare i propri sforzi ed evitare di pensare da solo.
* Primario chirurgo ospedale S. Giovanni, Roma
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