Un antica ansia di gloria risuona negli inni nazionali
aè l’ora dell’inizio dei Mondiali. Da Monaco nello stadio fiammeggiante di bandiere suona l’inno nazionale della Germania. Il bambino eccitato davanti alla tv zittisce davanti a quegli atleti sull’attenti, mentre sullo stadio gremito cade un attimo intenso che immobilizza la folla e tacita le grida. Quel silenzio di centomila meraviglia. «Ascolta, come è bello» dice il figlio, assorto, sedotto da quella musica sconosciuta e straniera.
Eppure in quelle note avverte qualcosa che non gli è estraneo. Parlano, gli inni dei popoli. Anche un bambino può capire. Questo che riempie lo stadio di Monaco, stasera, pare raccontare una storia antica. Dice, se stai a sentire, come di un’ansia di gloria inseguita sui campi di cento battaglie, campi di grano e papaveri calpestati e annientati da interminabili reggimenti in marcia. E dal sangue di quegli uomini bagnati, e la terra poi aperta profondamente dai compagni – la terra nera e feconda – a riprendersi i morti come in un grembo buio, mentre le madri, a casa, aspettano ancora.
Ma tornano alcuni dalla guerra, vittoriosi, e raccontano la sera davanti al fuoco. E i loro figli torneranno a partire, e le donne a aspettare, già gravide forse ancora e di nuovo. Le madri a fare figli e la guerra a chiamarli all’appello. L’inno è fatto di eco di partenze, e di ritorni trionfali, e di attese infinite, e di preghiere.
Ma volge poi a una malinconia sotterranea, a una tristezza che l’orgoglio patrio non può dichiarare. Perché la gloria delle guerre più vittoriose non illude i soldati e i contadini. Sotto ai trionfi dei grandi, il loro dolore è uguale e antico. Perciò quel fondo di mestizia che si gonfia, come portando con sé l’ombra di innumerevoli sconosciute generazioni di uomini di cui non resta più neanche un nome su una tomba. Tutto invano, allora?
No. Restano le città e i poeti, e le straordinarie cattedrali, e la storia. Restano i figli. Che questa sera nello stadio di Monaco, arrivati distratti e ignari, ora ascoltano. Tendono l’orecchio. è come un confuso ricordo. Di chi, di che cosa? Commossi tacciono di ciò cui non sanno dare un nome, come in una inconsapevole preghiera.
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