Un antisemitismo tutto nuovo
Alain Finkielkraut non è mai stato tenero con il la strumentalizzazione ideologica dell’Olocausto, che sfrutta la tragedia ebraica per ritagliarsi un posto al sole nella storia . «Ah, com’è dolce essere ebrei in questa fine di XX secolo!» scriveva su Le Monde. «Non siamo più gli imputati predestinati della storia, ma i suoi prediletti. Lo spirito del mondo ci ama, ci onora, ci difende, si fa carico dei nostri interessi: ha persino bisogno del nostro imprimatur». Anche perché sa bene come questo rifiuto dell’antisemitismo può essere strumentale: «non sono gli ebrei che a loro interessano. Ciò che a loro interessa è di scoprirsi belli nello specchio dell’antifascismo. Il fatto di aver manipolato l’inferno e trasformato l’antifascismo in strumento di oppressione è uno dei tanti crimini del comunismo, e non il minore».
E infatti oggi il vento ha cambiato direzione. In Francia «sinagoghe vengono incendiate, rabbini molestati per strada, cimiteri profanati». Sembra il ridestarsi di “vecchi demoni”. Ma sarebbe un grave errore, ammonisce Finkielkraut nel suo ultimo libretto, affrontare con categorie obsolete un fenomeno che ha un volto radicalmente nuovo. Oggi il pericolo non viene più dalla destra nazionalista e reazionaria. La vera minaccia è l’antisemitismo umanitario dei democratici: «Come Barrès vedeva in Dreyfuss il rappresentante di un’altra specie, così – assicurano i campioni del pentimento – Israele trasgredisce, con sfrontatezza flagrante, la religione dell’umanità a cui l’Europa si è convertita con la presa di coscienza del suo antisemitismo». La nuova colpa di Sion è l’amore alla propria terra, il rifiuto di piegarsi alla nuova fede nella tolleranza universale che predica il culto dell’Altro: «I Palestinesi non sono più i nemici degli israeliani, ma il loro Altro. Essere in guerra contro un nemico è una possibilità umana. Muovere guerra all’altro è un crimine contro l’umanità. Nel primo caso, il rapporto è politico e, nonostante le tentazioni massimaliste, può alla fine sfociare in un compromesso. Nel secondo si tratta di razzismo, e tutto ciò che è razzista deve scomparire».
Alain Finkielkraut, Au nom de l’autre, 38 pp. Gallimard, euro 5,50.
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