Un baby boom politicamente corretto
Parigi
Nelle scorse settimane i giornali di tutta Europa hanno scritto con entusiasmo di quella specie di baby boom che l’anno passato ha fatto della Francia, con due figli per donna, la nazione più prolifica del continente. Questo almeno secondo i dati pubblicati dall’Insee, l’istituto nazionale di statistica francese. Ma soprattutto è stato sottolineato che – notizia nella notizia – secondo l’Istat transalpina in questo rinascimento demografico il fattore immigrazione non avrebbe alcun rilievo, se non marginale. Invece Gérard-François Dumont, demografo e docente all’università Paris IV, nel numero di gennaio-febbraio della sua rivista, Population&Avenir, ha scritto che è vero il contrario: il tasso di fecondità francese deve moltissimo alla prolificità delle donne straniere. «Da un quarto di secolo a questa parte – spiega Dumont a Tempi – in Francia il saldo migratorio, cioè la differenza tra il numero di chi entra e quello di chi esce dal paese, è molto più importante di quanto non rivelino i dati ufficiali. Per tutti gli anni Novanta le cifre ufficiali davano un saldo migratorio medio annuale di più o meno 7 mila persone, mentre in realtà la media era senza dubbio attorno alle 100 mila persone. La stesso avveniva negli anni Ottanta. È a partire dal 2000 che l’Insee ha cominciato ad aumentare il saldo migratorio, ma solo parzialmente».
I numeri insabbiati
E, naturalmente, ragiona Dumont, da un dato sottovalutato non può che derivare una conclusione sottovalutata. È l’errore in cui secondo il demografo è incappato l’Insee nel valutare l’impatto del saldo migratorio sulle statistiche della fecondità. «Aggiungo che un nostro studio elaborato a partire dai dati dell’Insee (vedi il grafico nella pagina a fianco, ndr) mostra come in Francia il tasso di crescita naturale, che risulta dalla differenza tra le nascite e i decessi, sia in realtà dovuto praticamente per il 50 per cento all’apporto degli immigrati». Un risultato di enorme discrepanza rispetto a quello a cui è giunto l’Insee. Tale divergenza di cifre secondo Dumont «viene dal fatto che noi ci limitiamo a fare un’analisi scientifica dei dati, mentre altri, a volte, cedono alle tentazioni ideologiche: non si vuole fornire un saldo migratorio statisticamente corretto perché si teme di favorire l’estrema destra di Jean-Marie Le Pen. Ma credo che minimizzando il numero di immigranti in verità si ottenga esattamente l’effetto opposto, perché dati non corretti portano inevitabilmente a calibrare politiche di accoglienza e integrazione inadeguate. Cosa che finisce con l’alimentare l’esasperazione dei cittadini francesi nei confronti degli stranieri».
Dall’estero sette giovani su dieci
Sulla medesima linea interpretativa del fenomeno è anche Michele Tribalat, ricercatrice all’Institut National d’Etudes Démographique (Ined). «Ci sono domande che si preferisce evitare», dice la demografa a Tempi, ed che è per questo che «si preferisce parlare della fecondità delle donne francesi piuttosto che vedere in quale misura questa è dovuta all’immigrazione». Come Dumont, anche Tribalat conferma che riguardo al saldo migratorio «i dati dell’Insee non hanno alcun valore», perché in occasione del censimento del 1999, quando è stata fatta l’equazione contabile tra il 1990 e il 1999, il saldo migratorio calcolato è risultato quasi nullo, e questo non ha senso. Perciò l’Insee, per far quadrare i conti, ha introdotto una variabile d’aggiustamento, aggiungendo al saldo migratorio 530 mila persone fittizie, equivalenti a una media di meno di 60 mila all’anno. Poi nel 2004 l’Insee ha cominiciato ad applicare al censimento un nuovo metodo e si è ritrovata con un saldo migratorio per gli ultimi cinque anni molto più elevato del previsto. Presi dal panico, all’Insee hanno deciso di correggere al ribasso il già fittizio saldo migratorio del 1999. Gli stessi metodi sono stati utilizzati nel 2005, perché il saldo migratorio era superiore di oltre 65 mila persone a quello previsto, e nel 2006, perché lo sforamento delle previsioni è stato di 125 mila persone».
Ma tutti questi ritocchi alle cifre secondo la studiosa hanno una ragion d’essere piuttosto precisa: «Credo che se si è arrivati a questo punto è perché, almeno in parte, si vuole evitare che la gente si preoccupi». Ma nascondere la realtà, osserva Tribalat, non fa che peggiorare una situazione che sarebbe già di per sé sufficientemente delicata. «Pensi che a Mantes-la-Jolie, una città di quasi 80 mila abitanti alla periferia di Parigi, nel 1968 i giovani di età compresa tra zero e 17 anni con almeno uno dei genitori di origine straniera erano il 10 per cento mentre nel 1999 la percentuale era già del 66 per cento. E a Clichy-sous-Bois, la banlieue della capitale dove nell’ottobre del 2005 cominciarono i disordini che poi si estesero a tutta la Francia, l’evoluzione di queste percentuali è simile: nel 1968 i giovani con almeno un genitore di origine straniera erano il 22,1 per cento; nel 1999 hanno raggiunto il 69,8 per cento. Questo non dipende necessariamente da una scelta degli immigrati e va tenuto presente che le famiglie francesi non vogliono più abitare in quelle zone degradate».
Integrarsi? E con chi?
Nel già citato numero della rivista Population&Avenir Nicolas Sarkozy, ministro dell’Interno e candidato gaullista all’elezione presidenziale della prossima primavera, scrive che «i movimenti di popolazione non sono mai neutri. Gli uomini e le donne che cambiano paese portano in sè la propria storia, i propri costumi, i propri valori, le proprie credenze e i propri modi di vivere». Per questo ci vuole ben altro che «un permesso di soggiorno» per garantirne l’integrazione. Una consapevolezza, quella di Sarkozy, che Tribalat sembra voler motivare con la demografia: «Nei fatti – spiega la ricercatrice – il risultato è che in certi quartieri per una parte degli immigrati l’integrazione nella società francese non ha ragioni. Che bisogno c’è infatti d’imparare il francese se si vive in mezzo a persone che parlano la lingua del proprio paese d’origine? Dovremmo seriamente riflettere su quello che è successo in Danimarca, dove dei musulmani hanno ritenuto offensive delle caricature di Maometto e hanno preteso con qualche successo dai danesi niente meno che di allinearsi alle loro convinzioni religiose».
Il caso danese secondo Tribalat è ancor più paradigmatico se paragonato con la quotidianità di alcuni quartieri della periferia di Parigi, dove «per una donna possono già esserci problemi se esce di casa con le braccia nude. Ci sono persone che preferiscono non bere più un aperitivo alcolico nel proprio giardino per evitare discussioni con i vicini. Tutte storie che dimostrano come la forte pressione sociale possa diventare un autentico strumento di forza e imporre fino nuovi codici di comportamento».
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