Un brindisi nel regno della bontà
Mio caro Malacoda, Buon Natale! Non fingere di stupirti del mio augurio, sai benissimo che le feste del Nemico sono per noi occasioni imperdibili. Tanto più questa, la Festa per eccellenza. Quindi anche quest’anno vediamo di non sprecare l’opportunità che ci viene offerta. Il ventaglio di possibilità di intervento è pressoché infinito, ma per non disperdere l’efficacia della nostra azione ti ho preparato un promemoria in punti. Imparalo a memoria e poi distruggilo. Meno tracce lasciamo della nostra esistenza e più gli uomini sono disposti a comportarsi secondo il nostro volere. Più li convinciamo dell’assurdità della nostra presenza, e più saranno facili prede dei nostri disegni.
Per gli intellettuali o aspiranti tali. Va benissimo insistere sul vecchio adagio che dice: “Natale? Per me è un giorno come tutti gli altri. Cercherò un forno aperto per comprare il pane, come faccio ogni mattina, un pranzo normale, e per il resto me ne starò a casa a leggere”. Questo tipo di persone va incoraggiato. Per tre motivi: dicono banalità incredibili con un’aria di supponenza e di superiorità morale che li fa cadere nel peccato di presunzione; generano invidia, altro peccatuccio non da poco, nei piccolo-borghesi che li ascoltano durante il tg di mezza giornata davanti a tavole cui non hanno saputo rinunciare; e, terzo, non credendo in quello che dicono – prima di sera cedono e stappano uno champagne d’annata (“Non è per la festa, m’è venuta voglia”) e invitano qualcuno a giocare a poker – mentono a se stessi e agli altri. Tre peccati con una frase.
Per preti e predicatori. Tieni presente che nella categoria rientrano anche i giornalisti. Per costoro va sempre di moda la condanna del consumismo, “Natale non sono i regali.”, in tutte le sue varianti (dai ricchi doni alla sontuosità del banchetto, ai viaggi.) e in tutte le sue conseguenze: “Natale è la festa della famiglia, degli affetti più cari, un’occasione per ricordare chi è meno fortunato di noi, un giorno in cui dimentichiamo le brutture del mondo, anzi no, un giorno in cui non dobbiamo dimenticare le brutture del mondo, un giorno in cui essere più buoni, un giorno in cui essere più solidali, più altruisti. la pace, la guerra, la fame nel mondo, le malattie.”. Prediche clericali e prediche laiche che ad alcuni (pochi, per nostra fortuna) mettono una voglia incredibile che Natale passi presto e si possa tornare felici al cinismo quotidiano. Questo tipo di discorsi è banale e risaputo quanto l’affermazione che Natale è un giorno come gli altri, ma funziona sempre, riempie le orecchie, dà l’illusione di colpire il cuore, ma non arriva mai al cervello. E, soprattutto, la facile condanna del consumismo di cui i regali sarebbero strumento fa dimenticare l’origine del regalo, la gratuità, la sua assoluta non necessità se non per il fatto che c’è una festa, cioè un motivo per rallegrarsi. Questa gente, per nostra fortuna, non riflette mai fino in fondo e non riesce a capire che il dono di qualcosa è la sconfitta dell’utilitarismo, quella filosofia sulla quale poggia solidamente il capitalismo che dicono di voler combattere. Per il Nemico uno dei doni del suo Spirito è l’intelletto e il non uso dell’intelligenza un peccato. Gli uomini l’hanno dimenticato, tu ricordatelo sempre.
Per le maestre e i (pochi) maestri elementari. Fai leggere loro gli articoli e ascoltare le prediche di cui al punto precedente. Se non hanno già deciso che la cosa potrebbe offendere qualcuno, inevitabilmente daranno un tema ai loro alunni: “Che cos’è per te il Natale”. Mi raccomando la formula “per te”, è l’indice della definitiva (anche se incosciente) rinuncia a un ruolo educativo o anche solo di insegnamento. Non oserebbero mai chiedere quanto fa “per te” tre più due, qual è “per te” la data della presa della Bastiglia, chi ha vinto “per te” i mondiali di calcio. Per noi ormai non occorre molta fatica per spostare alcuni oggetti dalla sfera della conoscenza a quella dei sentimenti. Poi uno può dire quello che vuole, anche azzeccare la risposta, ma sarà sempre “quello che credi tu”, “quello che pensi tu”, “quello che dice la tua religione”. Bisogna iniziare così, fin da piccoli, a fargli distinguere l’oggetto di fede dall’oggetto di conoscenza storica.
Per i politici. Questi stuzzicali nella loro vanità. Non ti sarà difficile farli parlare di valori. Associano questa parola al più puro idealismo e la svuotano così di ogni significato. Nel rovesciamento di ogni forma di logica che siamo riusciti a introdurre nel mondo moderno, gli uomini d’oggi, soprattutto quelli che hanno a che fare con il potere, parlano di valori come di qualcosa di disinteressato, qualcosa che non muove gli interessi. È vero esattamente il contrario, valore è qualcosa a cui vale la pena di interessarsi, qualcosa per cui vale la pena spendere tempo, soldi ed energie per procurarselo e goderne. Dicono “valori” e pensano a qualcosa di spirituale. Invece è la parola più materiale che esista, se mai una parola può essere definita materialista, questa è la parola valore. E il Natale, noi dobbiamo ammetterlo, ne è la conferma più clamorosa. La novità di quella notte è stata la materia e non lo spirito, la carne e non l’anima. La novità di quello che il Nemico è venuto a fondare, il cristianesimo, non è l’eternità, è la storia, l’attimo, l’istante. Non è una cosa alta, è una cosa bassa. Noi diavoli sì che siamo spirituali, noi siamo angeli caduti dal cielo, ma non così in basso da finire sulla terra come il Figlio del Nemico. La sua teoria è che così rivaluta (ridà valore) tutto ciò di cui è materialmente fatta la vita. La fregatura per noi è che non sviluppa questo in una filosofia ma in una visione, non in un modello astratto ma in un racconto, non in un meccanismo ma, appunto, in una vita.
Ecco la parola da scongiurare, da non far pronunciare, da esorcizzare: una vita, una nascita, un bambino, un corpo; quella vita, quella nascita, quel bambino, quel corpo; questa vita, questa nascita, questo bambino, questo corpo. Non mi ci far pensare che mi si rovina il Natale. Perciò goditi queste pagine di “vita” e non dimenticare la lezione: non c’è niente che somigli di più al paradiso di un buon racconto dell’inferno. Ci sentiamo dopo le feste.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
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