Un dragone contro Osama

Di Tempi
17 Giugno 2004
Anche lontano dall’Occidente c’è chi coglie lucidamente la minaccia del terrorismo jihadista. Il primo ministro di Singapore, cinese, spiega perché bisogna sostenere gli americani in Irak

La guerra contro il terrorismo potrebbe modellare il XXI secolo nello stesso modo in cui la Guerra fredda ha definito il mondo prima della caduta del Muro di Berlino. Per vincere dobbiamo prima capire davanti a cosa ci troviamo. “Terrorismo” è una definizione generica. Organizzazioni terroristiche come le Tigri Tamil nello Sri Lanka o l’Eta in Spagna hanno solo rilevanza locale. Il ceppo virulento del terrorismo islamico è tutta un’altra cosa. È guidato dalla religione. La sua visione ideologica è globale. È estremamente pericoloso. I comunisti combattevano per vivere, mentre i terroristi jihadisti combattono per morire e vivere nell’al di là. La mia prospettiva deriva dalle nostre esperienze nel Sud-Est asiatico, un’area che è emersa come un teatro di operazioni terroristiche dopo l’11 settembre. Nel dicembre 2001 Singapore ha arrestato 15 persone appartenenti ad un gruppo radicale islamico chiamato Jemaah Islamiyah (Ji). Già prima dell’11 settembre stavano complottando per attaccare interessi americani e di altri paesi occidentali a Singapore. Nell’agosto 2002 abbiamo arrestato altri 21 membri di questo gruppo. (…)
Dalla nostra esperienza particolare traggo tre conclusioni principali che ritengo abbiano una più ampia rilevanza. In primo luogo, gli scopi di questi terroristi fanno della lotta un gioco a somma zero per loro. Non c’è spazio per compromessi se non come espediente tattico. L’America può essere il loro nemico principale, ma non è il solo. Quella che Osama Bin Laden ha offerto all’Europa nell’aprile scorso era solo una tregua, non una pace duratura. La guerra contro il terrorismo oggi è una guerra contro una specifica varietà di terrorismo islamico militante che vuole, in effetti, uno “scontro di civiltà”. Ji ha cercato di creare le condizioni per mettere i cristiani contro i musulmani nel Sud-est asiatico. Nel dicembre 2000 ha dato l’assalto a chiese in Indonesia, compresa una chiesa su di un’isola indonesiana nelle vicinanze di Singapore. Ha mandato militanti a combattere e creare disordini contro i cristiani ad Ambon. (…)
La mia seconda conclusione è che soltanto attraverso una chiarezza assoluta e non sentimentale circa la minaccia che abbiamo di fronte possiamo definire, distinguere e perciò isolare il terrorismo militante islamico dalla corrente principale dell’islam. Non è sufficiente ripetere come un mantra che la maggioranza dei musulmani è pacifica e che non credono nella violenza. Sfortunatamente, troppo spesso sacrifichiamo la lucidità al politicamente corretto.

Non farsi condizionare dal “politicamente corretto”
Questo mi conduce alla terza e forse più importante conclusione. Così come la Guerra fredda fu una lotta sia ideologica che geopolitica, la guerra contro il terrorismo deve essere combattuta sia con le idee che con gli eserciti; coi leader religiosi e di comunità così come con le forze di polizia e i servizi di intelligence. Questa lotta ideologica è già su di noi. Se non vinciamo la battaglia delle idee, non ci sarà mai penuria di soldati semplici desiderosi di sacrificarsi come martiri della loro causa. Sappiamo che dovremmo lavorare coi moderati e isolare gli estremisti. Ma mentre lavoriamo per separare il grano dalla pula dobbiamo riconoscere che entrambi provengono dalla stessa pianta. Il modo in cui cerchiamo di impegnare e incoraggiare il mondo musulmano a combattere la battaglia ideologica contro gli estremisti deve riflettere questa sensibilità e consapevolezza. (…)
Permettetemi di concludere con poche parole circa il ruolo degli Usa. Solo gli Stati Uniti hanno la capacità di guidare la battaglia geopolitica contro i terroristi islamici. L’Irak è diventato il campo di battaglia decisivo. Prima di restare ucciso in Arabia Saudita Yousef Al Aiyyeri, autore del progetto di Al Qaeda per la lotta in Irak, aveva detto: se la democrazia vince in Irak, per l’islam sarebbe la morte. Ecco perché Osama Bin Laden e gli altri hanno concentrato tanti sforzi nel cercare di rompere la coalizione e la fermezza dell’America nel proseguire la costruzione di un Irak moderno di cui i musulmani saranno orgogliosi. Chi non capisce questo, fa il gioco dei terroristi. La questione centrale non riguarda più le armi di distruzione di massa e nemmeno il ruolo dell’Onu. La questione centrale è la credibilità e volontà di prevalere dell’America. Se ciò viene distrutto, ovunque gli estremisti islamici si sentiranno galvanizzati, e i nostri rischi risulteranno accresciuti.
Se vogliamo vincere la guerra contro il terrorismo, dobbiamo, come dice Sun Tze nel suo L’arte della guerra, capire il nemico. E dobbiamo, musulmani e non musulmani, americani, europei, arabi ed asiatici, unirci contro di esso.

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