UN FILM CHE SPEZZA IL CUORE A COMANDO

Di Simone Fortunato
20 Gennaio 2005
La voce dolce di una donna. Una distesa d’acque tropicali.

La voce dolce di una donna. Una distesa d’acque tropicali. I piedi di un uomo che camminano su una spiaggia. Immagini di pace. Inizia così, con una sequenza di forte impatto emozionale “Mare dentro”, l’ultimo film di Alejandro Amenábar (“Tesis”, “Apri gli occhi”, “The Others”). Era difficile per il trentatreenne regista spagnolo rendere accattivante e scorrevole la storia di un tetraplegico costretto per tutta la vita a giacere disteso sul letto di casa. Ma la scommessa è vinta, pienamente. Merito dell’interpretazione straordinaria di Javier Bardem che, incollato al materasso per quasi tutto il film, nei tratti del viso e nella paralisi del corpo, riesce a comunicare lo schianto di una vita ormai giunta al capolinea. E merito anche dell’attenta messa in scena operata da un regista tutt’altro che sprovveduto. Amenábar proviene dall’horror e dal thriller: i suoi film precedenti sono opere inquietanti che giocano sul coinvolgimento spietato dello spettatore e centrano il lato oscuro della vita: la morte, i sogni e i fantasmi. Temi che appaiono evidenti sin dalle prime immagini di “Mare dentro”: i sogni di felicità del protagonista che ricorrono, spezzando la logica della narrazione; la morte beffarda che aleggia sulla vicenda del protagonista, e i fantasmi (il personaggio dell’avvocatessa nel finale).
Amenábar, da sicuro regista di thriller, vuole che lo spettatore si identifichi totalmente nella vicenda del protagonista così come vuole creare un sistema di attese, tale da suscitare in un climax avvincente, la pietà e la commiserazione del suo pubblico. Si veda ad esempio come viene preparato l’ingresso in campo del protagonista, Ramon. La prima immagine ce lo presenta in cammino sulla spiaggia. Di lui vediamo i piedi che calcano sicuri la battigia, e la nuca. Ma non ne vediamo il volto. Vediamo la nuca, proprio laddove un destino tragico si abbatterà a spezzare il sogno di bellezza. Nella sequenza successiva, ci viene mostrata, nella soggettiva del protagonista, una finestra di sbarre (segno evidente della prigionia cui è costretto il protagonista) e, al di fuori, un paesaggio di tristezza, appesantito dalla pioggia e segnato dal grigiore. Seguiamo lo sguardo del protagonista (di cui continuiamo a non vedere il volto) su una donna (sarà – lo scopriremo poi – l’amica Gené), e infine, lo sguardo corre accompagnato dalla musica di Wagner, verso la finestra e oltre, verso il mare, ad abbracciare una barca. Una prima sequenza fluida, tenuta insieme senza stacchi di montaggio e che ha il compito di presentare il protagonista nella sua condizione (la paralisi), nelle sue amicizie (l’amica Gené), nelle sue passioni (la musica di Wagner), nei suoi sogni (la barca per viaggiare per i mondo, come in giovinezza). Un incipit di presentazione sintetica nella quale, in poche inquadrature, conosciamo tutto del protagonista. Ma non lo vediamo in faccia. Lo vediamo solo al termine della sequenza con il suo volto che si sovrappone a quello di Julia, l’avvocatessa che si è presa a cuore il caso di Ramon. Una sovrapposizione non casuale, perché entrambi minati da una malattia che distrugge la vita (Julia è affetta da una malattia degenerativa). Amenábar è un regista scaltro soprattutto nella progressione drammaturgica dove sa accostare momenti lirici (il rapporto epistolare tra Julia e Ramon) a storie d’amore impossibile, in un climax di tremore che culmina con la scena madre del suicidio di fronte all’impassibile macchina da presa. Il tutto accompagnato da musiche realizzate ad hoc (e firmate dallo stesso regista), che hanno il compito di spezzare il cuore.

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