Un grazie ai Martini dai registi del caso Welby

Il caso Welby ha aperto una discussione che è bene non si arresti alla performance mediatica conclusasi con l’archiviazione dell’indagine a carico del medico che gli procurò la “dolce morte”. Partiamo da un dato di fatto. I radicali hanno fatto una battaglia politica. Senza ipocrisia hanno parlato di «eutanasia» e (solo) in un secondo momento di «accanimento terapeutico». Che poi il professor Umberto Veronesi sostenga che Welby «è un caso di suicidio assistito» o monsignor Sgreccia parli di «eutanasia passiva», anche senza l’autorevole giudizio del Consiglio superiore della Sanità, è parso chiaro a tutti (eccetto che al cardinale Carlo Maria Martini) che quello di Welby non è stato un caso di accanimento terapeutico, ma di morte procurata per porre fine a una vita giudicata non più degna di essere vissuta. Questi sono, al di là di ogni sofisma, i fatti. Fatti che però scompaiono di fronte al fattore “emozionale” suscitato dall’immagine del sofferente, della battaglia “altruistica” dei radicali e dei suoi familiari, la richiesta esplicita di una “buona morte”. La martellante esposizione mediatica di tutti questi fattori e la loro narrazione in termini emotivi, ha fatto in modo che nessuno ha potuto sottrarsi alla capziosa domanda: ma insomma, si può continuare a vivere così? Ovvio che no, abbiamo risposto tutti. Davanti a quell’interrogativo, posto nei modi in cui è stato posto (certo che «Dash lava più bianco», avete dubbi? provatelo e vedrete che non scambierete il vostro fustino con nessun altro!) il panorama della realtà scompare. Scompare ad esempio la realtà che non si trattava di un caso di accanimento terapeutico, che la malattia incurabile di Welby era la stessa che tocca e che continuano a combattere migliaia di persone, che Welby voleva piantare la bandiera di una battaglia politica per introdurre come legge di Stato l’eutanasia, eccetera. Tutto ciò scompare da quel primo piano di uomo sofferente che entra in ogni casa e chiede a tutti e a ognuno pietà e consenso per “farla finita”. è per questo che molte persone, pur senza avere alcuna propensione all’eutanasia hanno accolto con sollievo la “morte dolce” di Welby. è per questo che i giudici hanno archiviato l’inchiesta sul dottor Riccio, benché, di fatto, l’anestesista milanese si è posto fuorilegge collaborando (come minimo, e come riconosciuto dallo stesso Veronesi) al suicidio di Welby. è per questo che adesso vola nei sondaggi il partito dell’eutanasia. Cosa c’è di inaccettabile in tutta questa accecante luce pubblica che ha accompagnato il calvario di un uomo? C’è che quella luce ha oscurato tutto. C’è che ci ha letteralmente tolto la terra (i fatti) sotto i piedi. C’è che illudendoci di essere immedesimati nella condizione di un uomo sofferente, ci ha tolto la facoltà di giudizio e ci ha consegnato a un copione scritto da altri, come in un reality. Gli italiani che fanno la stessa esperienza di malattia di Welby, sono circa cinquemila. Ma non a loro è stato chiesto un giudizio sul dolore, la vita e la morte. Ma a tutti noi, ai milioni di telespettatori è stata indotta per vie emozionali la certezza che la pietra di paragone per giudicare del dolore, della vita e della morte, sia il modo con cui li ha affrontati Welby. Un’operazione che, grazie appunto ha un testimonial d’eccezione, ha innalzato (o abbassato?) le decisioni ultime sulla vita umana al banco dei supermercati (infatti, la domanda che ci è stata instillata è quella solita: ma se tu non lo fai, perché vuoi impedirlo agli altri? Se tu non acquisti il kit “morte-dolce”, perché vuoi vietarne il consumo ad altri?) e il pensiero a un grumo di emozioni indotte da una campagna pubblicitaria. Attenzione: pensiero emozionale, non affettivo. I radicali, con la loro battaglia, hanno generato un senso comune forzando sull’aspetto delle emozioni. Trovando così consenso in un pensiero anaffettivo. E questo pensiero anaffettivo ha prodotto una tendenza di massa.
Fabio Cavallari

Chi vi dà la patente per dire: “Qui si impara. Là è meglio non andare”? Se poi si tratta di scuole che lavorano in cordata, come fate a scegliere come “buone” le due che stanno a destra e a sinistra e non quella che sta nel mezzo? In cordata – mi pare – se uno sta precipitando l’altro lo segue. Perché non venite a vedere cosa facciamo?
Mario Oriani
presidente Scuola elementare
e media “Aurora- Bachelet”
di Cernusco sul Naviglio (Mi)

A seguito del servizio su: “Le scuole degne di nota” apparso sull’ultimo numero di Tempi alcuni insegnanti e genitori del liceo Alexis Carrel (che dirigo) mi hanno chiesto come mai non siamo citati. Che cosa devo rispondere loro?
Franco Biasoni dirigente Liceo scientifico Alexis Carrel di Milano

Mi spiace molto che nel vostro ultimo articolo sulle scuole ‘migliori’ non abbiate incluso il Liceo Linguistico ‘Candia’ di Seregno, che pure si ispira totalmente ai princìpi educativi del Rischio educativo, come molte scuole da voi citate. Forse non lo conoscete? Se così è dovreste farci un giro!
Luisa Caslini insegnante e genitore

Risponde Roberto Persico:
Mea culpa. L’idea di un servizio legato alle iscrizioni ci è venuta troppo tardi, e l’abbiamo confezionato in fretta e furia; le esclusioni non sono dunque frutto di un giudizio di valore, ma della concitazione del lavoro. Del resto, abbiamo cercato di dire che quelli presentati erano esempi, non una classifica di merito. Capisco bene che essere rimasti fuori spiaccia comunque; e dunque volentieri accolgo l’invito: segnalateci delle belle storie, e verremo a vedere e a raccontare.

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