Un italiano a Kabul
Il funzionario politico che nel maggio 1879 negoziò la Pace di Gandamak con Ayub Khan, l’Emiro dell’Afghanistan, mettendo fine alla prima campagna di Kandahar – vittoriosa per la Gran Bretagna grazie al Generale “Bob”, alias Lord Roberts – durante la seconda Guerra afghana, nel 1878-1880; quel funzionario che diventerà Residente britannico a Kabul e la cui morte, il 3 settembre dello stesso 1879, segnò l’apertura di una nuova campagna militare, questa volta punitiva, era il figlio di un Conte italiano originario di Parma e di una nobildonna irlandese chiamata Carolina Montgomery. Luigi Napoleone Cavagnari, questo il suo nome, nacque dunque in Francia nel 1841. Non era soltanto il figlio del Conte Adolfo Cavagnari, Generale dell’esercito di Napoleone che passò poi a condividere l’esilio del Principe Luciano Bonaparte come suo aide de camp e segretario, ma anche un uomo che condivideva il sangue di quel Feldmaresciallo dell’esercito britannico più tardi vittorioso ad El Alamein.
Un Fuciliere del Bengala in Afghanistan
Dopo un breve soggiorno negli Stati Uniti, Luciano Bonaparte si stabilì in Inghilterra insieme a suo figlio, il futuro imperatore Luigi Napoleone, e qui venne educato anche il giovane Luigi Napoleone Cavagnari. All’età di dieci anni s’iscrisse al Christ’s Hospital, un istituto filantropico destinato ai figli degli ufficiali, e, a 16 anni, nel 1857, all’Addiscombe, la scuola di addestramento della Compagnia delle Indie Orientali, che a quell’epoca amministrava l’India come una Ong, diventando allo stesso tempo un cittadino britannico naturalizzato. Venne infine nominato ufficiale nella Prima compagnia dei Fucilieri Europei del Bengala e sbarcò in India dove prestò servizio con onore nella Campagna dell’Oudh del 1858-1859, che finalmente soppresse la Ribellione indiana. Promosso Tenente nel 1860, Cavagnari che si era dimostrato uomo «di rimarchevole energia, straordinario coraggio e carattere affabile» fece ciò che erano soliti fare gli ufficiali più capaci e ambiziosi e si trasferì nel servizio politico d’elite dell’Indian Civil Service (Ics), diventando Commissario Assistente – ma in effetti vice-Prefetto – nella regione del Punjab, lungo quella frontiera Nord ovest con l’Afghanistan che stava entrando nella sfera d’influenza del potere britannico. Nel 1868 Cavagnari fu promosso Commissario aggiunto di Kohat, sulla frontiera afghana, e nel 1877 ricoprì quello stesso incarico a Peshawar. Prese parte come Capo funzionario politico a 5 spedizioni sulle colline afghane tra il 1868 e il 1878. Con il suo amico Generale Roberts, vincitore della Seconda Guerra afghana, “Cavi”, com’era conosciuto, condivideva una profonda conoscenza personale dell’Afghanistan, delle virtù e debolezze delle diverse tribù, della lingua e delle tradizioni locali. Per il governo britannico c’erano due strategie alternative nel “Grande Gioco”, dal momento che la Gran Bretagna, come pure la Russia, espandeva i confini del suo impero fino all’Afghanistan, descritto dal Viceré Lord Lytton come «una giara d’argilla tra due giare d’acciaio». Gladstone e i liberali sostenevano la creazione di una linea difensiva nella valle dell’Indo, mentre i Tory, guidati dal primo ministro Disraeli, erano fautori di una politica d’espansione. Così il primo ministro, romanziere flamboyant, scelse un poeta, Lord Lytton, il padrino di Lytton Strachey, un uomo «di ambizione, immaginazione, di qualche vanità e di molta volontà», per perseguire la “politica di movimento in avanti” che mirava a controllare passi come il Kyber e il Kurran attraverso i quali un nemico – come la Russia – avrebbe potuto avviare un’invasione. Se l’Emiro Sher Ali non era disponibile a diventare un satellite britannico, allora serviva un altro Emiro. I russi, d’altra parte, si stavano disponendo a un “gioco” analogo. Nel 1830 la Russia sarebbe stata a 1000 miglia di distanza: ora si trovava sul fiume Oxus, a sole 200 miglia da Kabul e 250 da Peshawar. Nel 1878 il grande successo diplomatico di Disraeli al Congresso di Berlino era servito a bloccare i tentativi russi di minacciare le rotte britanniche sul Mediterraneo attraverso il canale di Suez, un interesse strategico in cui Disraeli si era già coinvolto, sottraendo lo stretto di Dardanelli all’Impero Ottomano. Allo stesso tempo Disraeli aveva fatto della Regina Vittoria l’Imperatrice dell’India. L’Afghanistan tuttavia era ancora una zona dove la Russia poteva esercitare le sue pressioni, tanto più che Disraeli aveva inviato 7,000 soldati dai suoi territori alla volta di Malta.
Cavagnari entrò a Kabul sul dorso di un elefante
In questo “Grande Gioco”, “Cavi” Cavagnari «uomo di ferma decisione e coraggio», insieme al Generale “Bob” Roberts erano perfetti per la politica espansionistica del nuovo Viceré. In particolare, l’allegro brio italiano e l’impetuoso coraggio di “Cavi” affascinavano il Viceré poeta, che ne condivideva l’odio per il compromesso. Quando i russi mandarono un loro inviato da Amir Sher Ali, a Kabul, Lytton, Roberts e Cavagnari si convinsero una volta per tutte che la guerra era inevitabile e l’Impero Britannico dell’India necessitava di una frontiera sulle vette a nord dell’Hindu Kush, come già l’Impero Mongolo. Nel 1878 la Gran Bretagna inviò dall’Emiro Sir Neville Chanberlain, affiancato da “Cavi” come funzionario politico; tuttavia, a dispetto della diplomazia di Cavagnari, i negoziati s’interruppero e cominciò una guerra in cui Roberts riportò la vittoria decisiva a Peiwar Kotal. L’Emiro Sher Ali passò allora coi russi ma senza fortuna. Morì mentre Cavagnari negoziava l’umiliante Pace di Gandamak col figlio di lui, Yakub Khan, assicurandosi i passi afghani e un Residente britannico a Kabul in cambio di una sovvenzione di 60,000 sterline. “Cavi” venne nominato Cavaliere ed entrò a Kabul come Residente sul dorso di un elefante al suono di God Save the Queen, nel luglio 1879. Secondo Chamberlain, “Cavi” «è un uomo adatto più ad affrontare l’emergenza che a ricevere un incarico dove sono richieste delicatezza e ponderatezza di giudizio. Se venisse lasciato a Kabul come nostro agente ho timore che non riuscirebbe a tenersi alla larga dalle difficoltà». «Se la mia morte servisse a tracciare una linea di confine sull’Hindu Kush, non m’importa di morire» furono le ultime parole di Cavagnari mentre partiva con un piccolo manipolo di segretari, un dottore, un ufficiale inglese, 25 cavalleggeri e 50 fanti delle Guide Afghane Britanniche. Si stabilirono insieme nell’indifendibile sede della Residenza, accanto agli appartamenti dell’Emiro Yakub Khan. «Possono uccidere tre o quattro di noi qui, ma le nostre morti saranno vendicate» disse ai suoi compagni quando sei reggimenti non pagati da Herat si fecero beffe di una Kabul già sconfitta attaccando la Missione, il 3 di settembre. A 250 metri di distanza, Yakub Khan non fece nulla, se non inviare il suo comandante in capo con una copia del Corano – correva accidentalmente il mese di Ramadan – il quale finì lapidato a morte. Cavagnari si rifiutò di pagare i reggimenti di ammutinati dell’Emiro e questi scatenarono una battaglia che dalle 7 di mattina durò fino a quando l’ultimo uomo della Residenza non venne ucciso, alle 4 di pomeriggio, mentre il corpo di “Cavi” si consumava avvolto dalle fiamme. Il doppio Yacub Khan scrisse a Roberts «ho perso insieme il mio amico, il Residente e il mio Re». La punizione arrivò puntualmente: Roberts raggiunse Kabul in tre settimane di marcia, riportando sulla strada una vittoria decisiva a Charasia. Il nuovo Emiro fu il conciliante Abdul Rahman, con cui gli inglesi ottennero il loro obiettivo strategico, ritirandosi invece da Kabul, dove «siamo fortemente odiati e non abbastanza temuti». La Prima e la Seconda Guerra afghana assicurarono 40 anni di pace. Per quest’ultima, Cavagnari ha qualche merito.
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