Un luglio di ordinaria intolleranza a Belfast
Caro direttore, eccoci a Belfast, dopo un viaggio organizzato in low cost (siamo una trentina fra adulti e giovani di varie parti d’Italia). Un solo obiettivo: stare accanto al popolo irlandese e in particolare ai cattolici, in giorni (12 luglio e dintorni) in cui viene ricordata la loro condizione di discriminazione. [.] Una volta arrivati a Belfast, scopriamo che c’è un muro che divide la parte abitata dai cattolici da quella abitata dai protestanti. Un muro di cemento e alte cancellate, filo spinato e vie bloccate. Chiedo indicazioni di un ristorante sito in zona cattolica e il simpatico e gioviale gnomo accortosi che eravamo italiani, «world cup winner», ci dice che ci accompagnerà al di là del muro nella zona in cui vivono i cattolici – non gli irlandesi, dice, ma i «cattolici» -. Lo invitiamo a bere una birra per ringraziarlo e ci risponde: «No, grazie, con i cattolici non bevo». Gira i tacchi e se ne va. [.] La mattina del 12 luglio dopo aver partecipato alla protesta silenziosa contro la marcia ufficiale degli orangisti in bombetta e kilt, ci siamo recati nel quartiere popolare dei cattolici in Belfast, un’isola nella parte protestante. Lì abbiamo incontrato padre Gary, coraggioso passionista irlandese, della parrocchia Holy Cross, chiesa posta proprio nel quartiere-isola cattolico di Ardoyne. Il padre ci ha descritto la difficile situazione locale e i suoi tentativi di dialogo. [.] L’attesa del corteo dei protestanti si è protratta fino a sera. Impressionante l’evolversi della situazione. Ad un incrocio di vie, dapprima semivuote è seguito un riempirsi veloce, ordinato, in un silenzio irreale: si sono materializzati due servizi d’ordine, uno con pettorine arancioni (quello protestante) ed uno con pettorine verdi (quello cattolico) dietro ai quali, sempre silenziosi, centinaia di protestanti e migliaia di cattolici. Polizia ed esercito, praticamente assenti in loco, si sono attestati nelle vicinanze. Per trenta minuti il silenzio è stato rotto solo dal rumore di due elicotteri che sorvegliavano dall’alto la situazione. Dalla nostra parte un breve discorso di Gerry Kelly, in cui si invitava alla calma e fra l’altro si salutava la nostra presenza di «italian supportes»; poi l’arrivo di cinque giganteschi pullman pieni di orangisti scalmanati, salutati da sonori fischi da parte della folla. Poi camionette con scudi protettivi e il corteo dei bombettati in gonnellino che, impassibili, ritmando con un lugubre rullio di tamburi da guerra, marciavano per il quartiere cattolico. A questo punto la folla è esplosa con urla, fischi, lancio di mortaretti, tanto che inizialmente ci siamo preoccupati; poi di nuovo silenzio e un’ora ancora a presidiare il luogo della provocazione, della violazione della propria identità, del conculcamento della libertà, quasi per rimarcare la propria presenza fisica. Un silenzio a Belfast, silenzio in Europa, un muro di silenzio, sul dolore di un popolo, in noi la gioia di aver fatto sentire a quei fratelli nella fede, con la nostra presenza, che quel muro di silenzio può cadere.
Benedetto Tusa, via internet
Carissimo direttore, voglia cortesemente ricordare al suo redattore Justin Mc Leod che le Marche non solo non sono affatto “remote”, come dice nella sua rubrica Lotta di Classe del 13 luglio scorso, ma che, quando Gioacchino Rossini componeva “Il Barbiere di Siviglia”, dalle sue parti – visto il cognome che ha potrebbe essere scozzese, nordamericano o australiano! – ancora non si conoscevano la vasca da bagno e il bidet, e che, quando Giacomo Leopardi componeva il “Canto noturno di un pastore errante dell’Asia”, i più noti esponenti della sua civiltà scorrazzavano per terra e per mare, sbudellando allegramente tutti quelli che non si volevano rassegnare a parlare solo l’inglese. Prudenza Mc Leod, prudenza.
Rolando Rocchetti, Ancona
Risponde Justin Mc Leod: Gentilissimo dottor Rocchetti, amo profondamente il “Barbiere di Siviglia”, e ogni nota scritta dallo straordinario Gioacchino Rossini; amo il “Canto notturno” e ogni verso scritto da Giacomo Leopardi. Sono onorato di avere nelle Marche molti sinceri amici e di avere avuto occasione negli ultimi anni di frequantarle abbastanza sovente, sempre incontrando persone sinceramente appassionate alla propria terra e al proprio lavoro, che mi hanno ospitato con calore e mi hanno permesso di apprezzare, tra le altre cose, la raffinata arte culinaria del luogo; la decisione di raccontare nella rubrichina a me affidata il corso realizzato da Diesse Marche nasce proprio da questa lunga stima e frequentazione. Mi spiace che non fosse chiaro il tono assolutamente scherzoso dell’espressione incriminata; volentieri me ne scuserò pubblicamente. La ringrazio per l’attenzione e per il garbo della sua osservazione.
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