Un po’ di aceto per chi tifa transgenico
Il metodo è sempre quello: “Tutto e il contrario di tutto”, con un condimento di dubbio che assolva qualsiasi facezia. E’ la medesima sensazione provata alcune settimane or sono leggendo l’articolo di Piero Morandini su Tempi dal titolo “Naturale e transgenico”, che inizia con la subdola affermazione (subdola per il pubblico cui si rivolge) che il metodo è l’esperienza. Giusto-giusto per terminare la disamina dicendo che in campo alimentare non è vero che “naturale è buono” e che “sintetico è cattivo”. E volete saperne di più? Andate su un sito che pubblica l’elenco delle sostanze cancerogene e scoprirete che queste sono nella frutta e verdura che acquistate e mangiate ogni giorno. Persino nell’uva.
Detto ciò, cari lettori, rassegnatevi senza scalpitare, a nutrirvi di cibi transgenici a rischio zero, perché anche la cipolla, la carota e il finocchio hanno i loro veleni. Se poi volete un menu chez Frankestein, vedrete che prima o poi spunterà anche il cuoco del Padrone del mondo (altro che Vissani), che è collega di quegli scienziati disinteressati che portano acqua ai business delle multinazionali, o di qualche missionario che s’è convinto che loro sì, fanno del bene all’umanità poiché in questa maniera danno del cibo a tutti. Anche il cioccolato, visto che costerà meno con l’introduzione dell’olio di palma al posto del burro di cacao (vera risorsa di quei paesi poveri, che poi si vuole pretestuosamente sfamare). Ora, io non sono in grado di confutare scientificamente i dati del professore, che alla fine rischia di dare l’immagine di quello che tifa per un mondo di plastica con la Torre di Babele a simbolo della new age; so partire soltanto… (e che fatica pronunciare quella parolina magica, tanto abusata) da un’esperienza, che è quella di consumatore di questa epoca che legge sui giornali notizie di malattie mortali per l’uomo – la sigla è BSE (o mucca pazza) – nate nel laboratorio di qualche ricercatore al soldo di chissà chi, che per risparmiare sempre di più sul mangime da dare alle mucche è giunto, praticamente, all’autodistruzione. La cronaca, l’osservazione (della realtà che vive la gente, non del microscopio) non ci parla di gente che muore mangiando cipolle o carote che sono piene di veleni; parlano invece di problemi con una certa bibita scura con le bollicine, di polli alla diossina, insomma di tante conseguenze, anche della ricerca scientifica, che non sembra abbia lavorato per il bene dell’Umanità, ma per la ricchezza di qualche nuovo Padrone del mondo. Questa, caro Morandini, è l’esperienza di noi uomini del 2000, impauriti dai cibi geneticamente modificati, il cui segreto rischia di restare in mano a pochi potenti; mentre quello della natura che il nostro biotecnologo vede così velenosa, è nelle mani di Dio. E sa perché siamo impauriti ? Perché a Seattle la battaglia si è combattuta sull’informazione da non dare ai consumatori, affinché non sappiano quali cibi sono o meno modificati geneticamente. E sa perché, caro Morandini le voglio dedicare non un vino, ma bicchiere completamente vuoto (o al massimo con dell’aceto che magari è asettico) così non ha dubbi e può stare tranquillo ? Perché quello che lei ha asserito insinua un dubbio subdolo che ci vuole portare alla giustificazione buonista di chi costruisce la nuova Babele. Ci lasci pure i veleni e le cose buone di Dio. E che l’uomo non osi modificare geneticamente ciò che il Creatore ha voluto.
Paolo Massobrio massolon@tin.it Caro direttore, a Pasqua sono stata in Sicilia. Che splendida isola! Mi domando di cosa parlino i nostri giornali continentali quando ce la descrivono come terra di corruzione&mafia. Bisogna starci tra il popolo per godersi la bellezza di un mondo, certo che ha le sue ferite aperte, ma che a me pare abbia ben poco a che vedere con le analisi filtrate dai tanti professionisti dell’antimafia.
E comunque, dell’artistico tour de force in cui mi ha costretto mio marito, mi ha sorpreso in particolare il duomo di Morreale, ci ha spiegato il nostro gentilissimo cicerone, commissionato nel 1174 da Guglielmo II per chiedere alla Beata Vergine il dono di un erede al trono per i Normanni. Interno a tre navate su colonne rivestite da mosaici che raffigurano l’Antico e il Nuovo Testamento. A fianco della Cattedrale viene edificato il monastero benedettino: i monaci sono i catechisti, i mosaici i libri di testo. Nella navata centrale i miracoli di Gesù: l’intento è testimoniare l’Incarnazione alle popolazioni arabe ed ebree stanziate nell’isola da oltre due secoli. Sulle decorazioni e sulle cornici eseguite dalle maestranze arabe e sui capitelli delle colonne romane è aggiunta la croce a testimoniare che tutto è buono e tutto va verso Cristo. Occorre “fare in modo che tutto esista” come ha detto don Giussani a Giorgio Vittadini al sorgere della Compagnia delle Opere.
Luisa Chiesa, Milano Qualcuno penserà che don Giussani è il vero direttore di Tempi. Ma non è così. Don Giussani è solo l’incarnazione vivente – davanti a noi che a volte ci capita di esserne l’ammirato balbettio – dell’opera che nasce per inquietudine del cuore e frequentazione della ragione. Tant’è che in non poche occasioni abbiamo potuto cogliere la non episodica familiarità che corre tra l’impeto ideale del monsignore e le sfolgoranti note linguistiche di qualche altro amico laico rinnegato ad ogni religione, come Giuliano Ferrara o Adriano Sofri. Don Giussani, forse, da laico, ha qualcosa d’altro: è cattolico come quel mosaico di Monreale e, grazie a Dio, padre e autore di un popolo. Ma nella lingua c’è già rivelazione della Totalità, c’è già carne della Carne di quel che siamo, tant’è che si dice, annuncia Giovanni: “Verbum caro factum est”. Resta da vedersi, cioè da incontrarsi. La qualcosa però ha bisogno dell’affondo nella vita, dell’esporsi al continuo paragone con l’esperienza, un affare semplice e delicato, ma che riguarda tutti, graziati e non. Tant’è che, depurato dalla banale accezione fatalista che ha nella nostra epoca sospetta, un intero trattato di filosofia sembra sintetizzato nell’antico adagio: “chi vivrà, vedrà”.
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