Un ponte per la Terrasanta

Di Nicola Imberti
23 Settembre 2004
Quaranta parlamentari italiani in pellegrinaggio a Nazareth, Betlemme, Gerusalemme. Iniziativa senza precedenti lanciata dall’on. Maurizio Lupi per andare oltre i muri

«Nulla è impossibile a Dio». Inizia da questa parole, le parole che l’arcangelo Gabriele pronunciò 2000 anni davanti ad una giovane donna di nome Maria, il pellegrinaggio in Terrasanta di 40 parlamentari italiani. Lì, dove tutto è cominciato, a Nazareth. Un pellegrinaggio molto particolare, non solo per la “natura” dei pellegrini (tra cui si segnalano il ministro Carlo Giovanardi e il sottosegretario Alfredo Mantovano) ma perché monsignor Rino Fisichella (cappellano di Montecitorio e guida di questo viaggio) ha scelto come filo rosso di questi cinque giorni una frase di san Clemente : «Ciascuno nel suo posto piaccia a Dio agendo in buona coscienza e dignità».
Cosa c’entra infatti, la responsabilità politica con questo viaggio sulle tracce di Cristo? Perché 40 parlamentari italiani hanno liberamente deciso di aderire a questa proposta lanciata dall’on. Maurizio Lupi e monsignor Fisichella?

NAZARETH, IL PRINCIPIO DI TUTTO
Sono circa le due del pomeriggio quando atterriamo all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. La prima impressione, nonostante gli agenti di sicurezza che perlustrano continuamente il perimetro dell’aeroporto, è quella di trovarsi in un paese assolutamente normale. Le strade sono praticamente deserte. Oggi è il capodanno ebraico e gli ebrei non svolgono nessuna attività. Mi spiegano che, qui al Ben Gurion, lo scontro tra ebrei e palestinesi condiziona anche i decolli e gli atterraggi. L’aeroporto di Tel Aviv, infatti, è l’unico al mondo in cui gli aerei atterrano e decollano dallo stesso lato, quello rivolto verso il mare. Il motivo è semplice: a otto chilometri dall’aeroporto ci sono i territorio palestinesi e non sarebbe prudente per gli aerei in fase di atterraggio sorvolarli.
Il trasferimento a Nazareth è immediato. Arriviamo in città che è già buio. Alle porte di Nazareth notiamo una grossa struttura. Si tratta di un albergo costruito per il Giubileo del 2000 oggi trasformato in prigione. Ospita gli immigrati clandestini che, arrivati in Israele in occasione del Giubileo, hanno cercato di rimanere senza permesso di soggiorno. In gran parte provengono dall’Est Europa e ora vivono reclusi in questo albergo in attesa di essere rimpatriati.
La città di Nazareth è divisa in due municipi, uno ebraico e uno arabo (abitato in gran parte da musulmani, ma con una significativa minoranza cristiana). Noi alloggiamo nella parte araba, dove si trova anche la Basilica dell’Annunciazione. Sempre qui ha sede un ospedale dell’ordine ospedaliero Fatebenefratelli, già presente ai tempi dell’Impero Ottomano (circa 120 anni fa), l’Ospedale Sacra Famiglia di Nazareth. Si tratta di una struttura molto particolare perché, nel suo piccolo, è una dimostrazione concreta del fatto che la convivenza fra ebrei, cristiani e musulmani non solo è possibile, ma è già in atto. L’ospedale, ci spiegano, è «un piccolo contingente di pace italiano in Israele» e si avvale della collaborazione di personale cristiano, musulmano ed ebreo. Ogni anno il suo pronto soccorso riceve circa 20mila pazienti. Qui nessuno domanda né il credo religioso né l’etnia di appartenenza, si cura chi ne ha bisogno. Nell’ultimo anno l’ospedale ha ampliato la propria struttura e ha costruito, grazie alla donazione di una famiglia ebrea americana, un centro di prevenzione per il tumore al seno. Ma non basta. La presenza di 40 parlamentari italiani qui significa anche capire come è possibile aiutare chi già aiuta. E poi Nazareth è il principio di tutto, il luogo dove quel «nulla è impossibile a Dio» è diventato carne nel grembo di una giovane donna. «Verbum caro hic factum est».

NON MURI MA PONTI
Il pellegrinaggio si snoda attraverso i luoghi che testimoniano lo svolgersi di un’avventura iniziata duemila anni fa ed arrivata fino ad oggi. Il Monte delle Beatitudini, Cana, il lago di Tiberiade (la più grande riserva d’acqua del paese), Gerico, Qumran. Ovunque le prime due cose che balzano agli occhi sono l’assenza quasi totale di altri pellegrini e la gioia di chi ci riceve. Il terrorismo psicologico di questi quattro anni (dall’inizio della seconda Intifada ad oggi) ha letteralmente messo in ginocchio il turismo locale. I pellegrini sono diminuiti in maniera crescente, la paura ha trasformato i luoghi santi in musei vuoti.
A farne le spese sono stati soprattutto i cristiani che hanno cominciato una lenta emigrazione dai “luoghi caldi” verso lidi più sicuri. Ma quanto c’è di pericoloso nell’intraprendere un pellegrinaggio in Terrasanta? Assolutamente nulla. I luoghi santi, al contrario, sono sicuramente tra i posti più sicuri del paese.
Lo capiamo arrivando a Gerusalemme. La città di notte è stupenda, ma deserta. Visitiamo il Santo Sepolcro, uno dei luoghi che testimonia come, anche tra cristiani, il dialogo sia tutt’altro che facile. Qui vige lo “status quo”: ciò che è fissato è fissato. Ci colpisce una scala poggiata su una vetrata della chiesa. Ci spiegano che quella scala non verrà mai rimossa né dagli armeni, né dai francescani, né dagli ortodossi perché chi la toglie, perderebbe il diritto a rimettercela.
Se Nazareth era il principio di tutto, Betlemme è il luogo dove la promessa dell’arcangelo Gabriele è diventa carne. Qui la situazione è peggio che altrove. L’80% della popolazione di Betlemme vive di turismo e i pellegrini sono passati da oltre un milione nel 2000 a 11mila nel 2003. L’inizio della seconda Intifada è stato l’inizio della fine. La cosa che più mi impressiona sono le parole del nunzio apostolico Pietro Sambi: «Dal 28 settembre del 2000 i cristiani sono letteralmente scomparsi. Infatti, mentre gli ebrei sono stati solidali con gli ebrei e gli arabi con gli arabi, i cristiani si sono sentiti abbandonati ed hanno cominciato una lenta ma inesorabile emigrazione».
Ecco perché è importante venire in Terrasanta. «Il pellegrinaggio in Terrasanta – ci dice Maurizio Lupi – è importante per tre motivi: innanzitutto è un gesto di speranza e comunione con i cristiani locali, poi è un concreto aiuto economico, infine è un contributo al dialogo e alla pace. La pace, infatti, nonostante quello che dicono tutti, è possibile!». E riecheggiano le parole di monsignor Fisichella che, rivolto ai cristiani di Betlemme, ha detto: «Siete pochi, ma non siete soli».
Già, la pace. Qui in Israele la pace sembra un lontano miraggio. Le speranze di una parte della popolazione ora sono rivolte verso il piano di ritiro da Gaza del primo ministro Ariel Sharon, ma esiste più di un’opposizione sia da una parte che dall’altra. Inoltre c’è di mezzo il muro della discordia. Un muro che gli israeliani hanno costruito per difendersi, ma che alla fine ha finito per danneggiare pesantemente una buona parte del popolo palestinese. Ha senso tutto questo? Non lo so, certo è che questa iniziativa spontanea rappresenta un segnale forte per tutti. Un invito a riprendere con forza la possibilità di intraprendere un pellegrinaggio in Terrasanta. Lo ha detto lo stesso Lupi al termine di questi giorni: «Il pellegrinaggio è un ponte laddove tutti vorrebbero costruire muri».

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