Un requiem per non lavorare come macchine

In un ufficio un collega di quarant’anni ha avuto un infarto. Dall’ospedale arriva la notizia: è morto. Gli altri rimasti al lavoro restano a guardarsi, senza sapere cosa dirsi. Appare così assurdo, del resto: venire al mondo, studiare, trovare un lavoro, avere dei figli, e poi in un attimo annientati, un muscolo non funzionava a dovere, morto, a quarant’anni. Nell’ufficio pensano questo i colleghi, e tacciono. Finchè uno: «Già, ti fanno lavorare come una macchina, come un cane, finché non finisce così». S’è fatto tardi, ad uno ad uno tutti se ne vanno. Restano solo in due: due che han sempre litigato su tutto, sull’aborto e sul referendum, sulla Chiesa, su tutto. Uno, sul punto di andare, esita, poi chiede all’altro: «Vuoi dire un Eterno Riposo per G. con me?». Il collega lo guarda, poi annuisce. Dice solo le prime parole. Le altre, non le sa più. Però non si rifiuta a quel gesto. Le frasi sommesse riempiono l’ufficio ormai deserto. Il ragazzo che ha chiesto “vuoi?” nel prendere il casco della moto si avvicina a una finestra che, essendo ormai buio fuori, riflette l’immagine della stanza come uno specchio. Vi scorge il collega in piedi, la faccia rivolta verso di lui percorsa da uno strano stupore.
Perchè davanti a uno che muore a quarant’anni, si può dire: ti fanno lavorare come una macchina, finché non finisce così. Ma è la riduzione dell’uomo a una cosa: la si è usata troppo e si è rotta, ecco tutto. è il più disperante dei materialismi: bielle e bulloni di carne abusati, fatica delle fibre, sfacelo del cuore e dei neuroni. L’antitesi di quel disegno per cui si recita il Requiem Aeternam: certezza di un venire da e di un andare verso, e che nulla accada per caso, tantomeno la morte di un uomo.
Ma siamo quasi tutti, in realtà, ridotti come quello che nella morte di un compagno non scorge che il cedimento di una macchina troppo sfruttata; è come se vedessimo, della realtà, solo la apparenza esteriore. «Questa epoca storica – scrive Juan Carròn – ha questa difficoltà, l’inimicizia con il Mistero nel modo di guardare il reale». Ma questa inimicizia conduce all’annichilimento. La morte di un figlio, o del padre, ti annienta se pensi che “la macchina si è rotta”. Solo dentro il Mistero puoi accettare ogni cosa, e vivere. Il contrario di quell'”inimicizia” al Mistero che oggi ci governa, sembra, in fondo, il Fiat dell’Annunciazione.

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