Un sabato a Lagos
Mary chiude la porta di casa a quattro mandate e affretta il passo per raggiungere Femi, sua sorella, che con le due bambine è già alla fermata dove passano i pulmini per Ilasan, Lekki. Il cielo di Lagos a gennaio è una caligine piombo e ocra che quasi mai lascia vedere il disco del sole, una miscela di vapori della laguna, di nuvole nere e azzurre degli scarichi di centinaia di migliaia di motori diesel o a benzina mai più rimessi a punto, di sabbia che l’Harmattan, il vento del deserto, spinge fin qui sul golfo di Guinea. Ma almeno il sabato mattina non si rischia di restare intrappolati per ore nel traffico che strabocca dai ponti in cemento armato sulle rotatorie ai piedi delle rampe in questo diseguale reticolo urbano che fa da casa a 15 milioni di persone e si estende su tutto il Lagos State.
Certo, potrebbe capitare, come l’altro ieri, di doversi fermare per non esser coinvolti in una battaglia di strada come quella che ha fatto 4 morti e 10 feriti ad Ajah, dove si sono scontrati i sostenitori di un capo locale e i membri di un sindacato di taxisti per il controllo di un’area a parcheggio. Da quando Lekki, un tempo area depressa e periferica, è diventata uno strano universo dove convivono palazzi extralusso stile Milano Due e tuguri da rione Sanità, le battaglie fra sedicenti proprietari per il controllo delle superfici edificabili sono diventate pane quotidiano. Pistole, bastoni e machete appaiono all’improvviso nelle mani di giovanotti pronti a tutto, ed è un fuggi fuggi generale.
I nigeriani scoprono St. Kizito e don Giussani
Oppure potrebbe più modestamente capitare, com’è successo ieri alla dottoressa Chiara e al giornalista arrivato dall’Italia, che finti poliziotti cerchino di fermarti per scovare qualche misteriosa infrazione al codice stradale e scucirti un po’ di naire (la valuta locale) prima di lasciarti andare. Ma se l’autista è sveglio puoi anche svicolare il loro blocco e tirare dritto mentre quelli inveiscono: quasi mai sono armati. Mary guarda le bambine, i loro occhi grandi assorti sotto le treccine tenute in piega con le conchigliette dei cauri, e freme solo per un attimo: ben altre prove hanno affrontato insieme. Oggi è il secondo sabato del mese, e alla clinica St. Kizito di Ilasan c’è il friendship meeting, l’incontro conviviale mensile con le famiglie dei bambini malnutriti e coi malati di Aids. La fama di questo presidio socio-sanitario, iniziato nel 1991 da Avsi e diretto per 14 anni su 15 dalla dottoressa Chiara Mezzalira, ha superato da tempo i confini del quartiere. This Day, uno dei due grandi quotidiani di Lagos, gli ha dedicato un editoriale a firma del suo commentatore di punta il 22 dicembre scorso sotto il titolo “Il Messaggio del Natale”. Trasferitosi da poco nella Lekki bene, il giornalista Olusegun Adeniyi ha litigato con la moglie quando ha scoperto che questa aveva portato la figlia malata all’ambulatorio e pagato un ticket di appena 20 naire (12 centesimi di euro): «Posso non essere abbastanza ricco per il costo dei servizi in questa isola, ma non posso permettere che mia figlia frequenti un posto per gente che non paga più di 20 naire di spese ospedaliere». Ma una visita alla St. Kizito gli ha fatto cambiare idea: «È stato amore a prima vista. La qualità dei servizi forniti quasi gratuitamente ai bambini poveri mi ha immediatamente colpito. Quel che mi ha sorpreso di più è che, anche quando forniscono servizi umanitari, le infermiere e i medici sono molto professionali, cortesi e pieni di cure anche coi pazienti che non hanno denaro per pagare». L’amore è aumentato quando Adeniyi ha scoperto che Avsi ha avviato anche la migliore scuola di Lekki per 800 bambini di famiglie non abbienti, fondata sulla pedagogia di un certo Luigi Giussani: «La realtà definisce ogni passo del percorso dell’educazione e allo stesso tempo è la sua destinazione finale, il suo compimento».
Storia di Mary, donna coraggiosa
Da un anno Mary è la counsellor di St. Kizito, personaggio chiave a metà fra lo psicologo e l’assistente sociale che prepara la strada al “consenso informato” dei pazienti prima di test ed esami di laboratorio, ma soprattutto sta loro vicino dopo, quando si tratta di comunicare e discutere l’esito. Cioè di dire, molto spesso: «Hai l’Aids. Qui possiamo fare qualcosa per te, con te». La reazione è quasi sempre rabbia, disperazione, incredulità. A quel punto Mary tira fuori la sua arma segreta per convincere anche i più sconvolti a non lasciarsi andare. Rivela loro la sua condizione: «Anch’io sono sieropositiva. Anche le mie bambine. Ti giuro che c’è ancora tanta vita, qua dentro ci sono persone formidabili».
Mary ha scoperto la sua condizione sei anni fa, quando i medici hanno fatto il test alla sua prima figlia, afflitta da disturbi senza fine. Il responso è stato traumatico: tutta la famiglia era contagiata. Il marito, un bancario, non ha retto: in pochi mesi è morto di crepacuore. La moglie ha dovuto affrontare da sola il dramma: svelare la sua condizione ai parenti avrebbe voluto dire perdere le figlie, o peggio. Per curarle Mary ha dovuto vendere le due auto del marito, privarsi quasi di ogni cosa. Tre settimane di antiretrovirali a quel tempo costavano 47 mila naire, molto più di uno stipendio medio mensile in Nigeria. Per anni ha riservato le medicine alle figlie, trascurando se stessa. Una storia che commuoverebbe chiunque ovunque, ma non in Nigeria, dove i sieropositivi e malati di Aids sono all’incirca 3 milioni e mezzo, ma solo 40 mila in tutto il paese hanno accesso agli antiretrovirali a prezzi calmierati o gratuitamente. Nonostante negli ultimi anni siano affluiti nel paese centinaia di milioni di dollari di aiuti per combattere l’epidemia.
Nel 2003 Mary è riuscita ad entrare in Aids Alliance, una delle Ong locali più sveglie: lì ha imparato il lavoro della counsellor ed è riuscita a farsi ammettere in un programma per l’assunzione controllata di farmaci antiretrovirali. Da allora lei e le figlie fanno parte dei 40 mila fortunati. Un anno fa è entrata nei ranghi della St. Kizito, e ne è entusiasta: «Qui non ci si occupa di corpi, ma di persone. Le persone sono trattate nella loro totalità. Negli altri posti dopo il counselling la gente viene riferita a ospedali o “scaricata” ad altre Ong; qui si curano le loro malattie, si insegna come evitare il contagio madre-figlio, li si iscrive al programma di antiretrovirali gratuiti dell’Istituto di ricerca sulle malattie infettive, li si accompagna sul posto, li si visita a casa loro, ci si prende cura dei loro bisogni nutrizionali. E si fa con loro il friendship meeting».
DALL’AIDS AL SENSO RELIGIOSO
Nel cortile del St. Kizito un gruppo di universitari di Comunione e Liberazione giocano coi bambini venuti con le famiglie all’incontro. Un microfono gira fra i piccoli cantanti, orgogliosi di potersi esibire nel loro pezzo migliore, sulle note del quale tutti i presenti improvvisano passi di danza. Dice Tony, che ha finito da poco gli studi ed è stato assunto come laboratorista presso la clinica: «Per quel che riguarda l’Aids, non facciamo solo questa caritativa. In università e in molte scuole medie abbiamo organizzato e proposto una “campagna di sensibilizzazione” che ha sorpreso tutti. Gli studenti hanno fatto il callo a queste campagne: aspettano solo di vedere se a fargli la predica sono venuti i condom people o gli abstinence people; poi i più brillanti prendono la parola per far vedere che sanno già tutto e cercano di mettere in difficoltà l’interlocutore. Noi invece partivamo dal senso religioso per arrivare all’Aids: “Cosa desidera veramente il nostro cuore? Cos’è il vero amore? Qual è la vera libertà? Cosa c’entra la sessualità con questo?”. Restavano completamente spiazzati, molti ne erano affascinati. Continuiamo a ricevere telefonate ed e-mail di ragazzi che abbiamo incontrato in questo modo un anno fa».
Dentro, Mary ha già cominciato il meeting coi suoi. Si ritrovano fianco a fianco la giovane affetta da disturbi psichici, la prostituta, l’anziano musulmano, la madre di famiglia e quella che vive relazioni complicate. Gente cui l’Aids ha strappato il coniuge o un figlio, o condannato alla solitudine dei reietti. Diversi come sono, dicono tutti la stessa cosa: «Ringrazio Dio che ci sia un posto come questo, con persone come queste».
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