«Un sindacato non può mai restare in mezzo», dice Guglielmo Epifani. Già, mica è Follini
´ «Raffaele Mattioli custodiva le carte di Gramsci», dice Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera (6 maggio).
Mucchetti si produce in una difesa di Bazoli un po’ bizzarra: anche altri banchieri sono stati amici di politici. Questo l’argomento principe del brillante giornalista corrierista. Non risulta, però, che Gramsci, ad esempio, abbia mai mandato un qualche “piano Rovati” a Stalin per facilitare la scalata di Telecom Urss da parte di Mattioli.
´ «Se c’è un rom che ruba la pensione ad una vecchietta per poi andarsene in giro in Mercedes, chi è il più debole?», dice Walter Veltroni alla Repubblica (8 maggio) .
Invece se si ruba a uno che ha la Mercedes, è lotta alla pari?
´ «Non si capisce perché io debba lavorare come un matto alla costruzione del Partito democratico e poi qualcun altro arriva e si porta via il frutto di questo lavoro», dice Piero Fassino al Corriere della Sera (9 maggio).
È il plusvalore, bellezza.
´ «Il rincorrersi di dichiarazioni polemiche, e non sorvegliate sovverte spesso la logica degli assunti e delle conseguenze», dice Gregorio Gitti sul Corriere della Sera (9 maggio).
Gitti non ha ancora capito la differenza tra un articolo politico e una relazione al collegio sindacale della banca del suocero.
´ «E poi quel cognome Royal che ha fatto sognare», dice Jean Daniel sulla Repubblica (9 maggio).
I francesi sono fatti così con i royal: sognano, sognano, ma poi ghigliottinano, anche.
´ «Corman ricorda l’attrice Allison Hayes borbottare durante un’estenuante ripresa: “Dimmi, Roger, chi mi devo scopare per uscire da questo film?”», dice Larry Sultan su Seven (8 maggio 2007).
È più o meno quello che borbotta Clemente Mastella sulla sua uscita dal governo.
´ «Ogni tanto un paese deve ricordarsi di dimenticare qualcosa», dice Marco Follini sul Riformista (10 maggio).
Non preoccupatevi. Non è che il senatore è diventato più scemo, sta solo gareggiando con Paolo Franchi a chi si fa più pippe.
´ «I suoi leader si ostinano a proporre sogni: cioè menzogne», dice Nicolas Sarkozy alla Stampa (7 maggio).
Questa frase è perfetta per il nostro Egolène, Walter Veltroni.
´ «Il bancocentrismo di oggi è dunque diverso da quello di ieri: produce concorrenza nella finanza d’impresa, avendola sottratta all’influenza politica», dice Giangiacomo Nardozzi sul Sole 24 ore (10 maggio).
Non è che perché prima la politica stava sopra e la banca sotto, e oggi viceversa, che i rapporti siano meno incestuosi.
´ «Vorrei un terzo luogo, una terza piazza dove poter dire di sì alla famiglia e ai dico», dice Roberto Giacchetti (6 maggio).
Interessante la versione giacchettiana della famosa frase evangelica: “Sia il vostro parlare nì, nì, boh, boh. Il di più viene dal maligno”.
´ «Il non invito è un fatto simbolico. Pure i conventi sono famiglie, se ci si vuole bene, ma non è la famiglia della Costituzione», dice Rosy Bindi al Corriere della Sera (8 maggio).
E le caserme? Se ci si vuole bene in caserma, che cosa dice la Costituzione?
´ «Esiste una tensione oggettiva, inutile negarlo, tra la nostra storia che è regionale, e la nostra ambizione che è globale», dice Massimo D’Alema sull’Unità (9 maggio).
Sono considerazioni autobiografiche, di una vita tra Gallipoli, Mosca e Riyadh?
´ «Il 5 maggio nasceva Carlo Marx. Adesso possiamo dirlo, adesso siamo tutti più liberi», dice Cesare Salvi al Manifesto (6 maggio).
Perché, prima, Fassino gli impediva di dire che Marx era nato il 5 maggio? Bisognava dire che era nato il 2 giugno?
´ «Un sindacato non può mai restare in mezzo», dice Guglielmo Epifani al Sole 24 ore (10 maggio).
Mica è Marco Follini.
´ «Sembrava il primo giorno di scuola», dice Gabriele Polo sul Manifesto riferendosi all’assemblea promossa da Fabio Mussi (6 maggio).
In realtà l’atmosfera descritta da Polo, tanti canti, tanti abbracci, tante emozioni, ricorda molto di più un raduno degli ex bocia del Quinto Alpini.
´ «Il governo non ne può uscire mettendo qualche toppa», dice Barbara Pollastrini all’Unità (10 maggio).
Il governo non mette toppe, bensì tope. Sono le quote rosa, bellezza.
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