Un sogno e la sua lingua
Sto scrivendo da El Paso, Texas, nella zona sud-occidentale dello stato, vicino al confine con il Messico. è questo il vero paese dei cowboy, circondato da montagne che fanno già parte del deserto. Oggi, l’importanza della città è legata da una parte alla presenza di una gigantesca base militare, Fort Bliss, e dall’altra alla sua vicinanza alla frontiera. Sono arrivato a El Paso da Indianapolis, nello Stato dell’Indiana. All’aeroporto ho comprato l’ultimo numero della rivista conservatrice Foreign Policy: sulla copertina c’è una foto di un latinoamericano con la mano sul cuore, in un gesto di patriottica fedeltà ad una bandiera Usa che ha in tasca. Il titolo dell’articolo di copertina è: “Jose, can you see?” (un gioco di parole sulle prime parole dell’inno nazionale: «Oh say, can you see?»). Il sottotitolo è questo: «Perché gli immigrati ispanici minacciano l’identità, i valori e il modo di vita dell’America». L’articolo è firmato da Samuel Huntington, l’autore del libro che, nel 1996, prediceva uno scontro globale tra la civiltà occidentale e il mondo musulmano. Questa volta la minaccia, tuttavia, non è la cultura islamica; è la cultura cattolica, la cultura di quegli ispanici che sembrano impadronirsi di grandi parti del paese con mezzi legali e illegali. Qui a El Paso ciò che si vede è un paese povero, brulicante di milioni di uomini che hanno una cultura diversa e parlano una lingua diversa, pronti ad invadere pacificamente gli Stati Uniti e a riconquistare, per così dire, la terra che un tempo già gli apparteneva. è un’immagine sbalorditiva del “problema immigrazione”, come lo definiscono eufemisticamente gli americani, e rende quasi comprensibile perché così tanta gente è impaurita. Sono venuto qui per celebrare il centesimo anniversario della fondazione della diocesi cattolica di El Paso. Allora il suo primo vescovo fu un irlandese, che non sapeva una parola di spagnolo, e la maggioranza cattolica latina fu quasi del tutto esclusa dalle cerimonie di fondazione. Oggi, il vescovo è un latinoamericano, e lo spagnolo è senza dubbio la lingua dominante della comunità religiosa. Il principale oratore era il cardinale di Los Angeles, un irlandese-americano; ma metà del suo discorso è stato pronunciato in spagnolo. La densità della popolazione ispanica in questo paese è impressionante. è ora diventata la più numerosa minoranza degli Stati Uniti, e sta crescendo con un ritmo vertiginoso. Non si sta verificando però un’assimilazione alla cultura statunitense. Al contrario, da molte zone chi non parla spagnolo sta trasferendosi in altre regioni. Quanto durerà questo fenomeno? Tutto ciò trasformerà la cultura americana, oppure il “sogno americano” sarà capace di accogliere questi nuovi immigrati con una reale integrazione e un reciproco arricchimento culturale? Huntington ha una risposta molto netta, e la difende con grande determinazione. Ecco come conclude il suo articolo: «Non c’è nessun sogno americano. C’è soltanto il sogno americano creato da una società anglo-protestante. I messicani americani potranno condividere questo sogno soltanto se sogneranno in inglese». Provate a dirlo alla gente di El Paso.
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