Un vescovo da manuale

Di Langone Camillo
01 Novembre 2007

Il cardinale Giacomo Biffi mi ha salvato la vita. Alla metà degli anni Ottanta conducevo un’esistenza sregolata proprio in Emilia, e mi aggrappavo alle sue frasi che arrivavano da Bologna come a delle scialuppe. Andavo alla deriva ma riuscii a non affogare, il sughero della verità mi tenne in qualche modo a galla. Collezionavo santuari mariani, avevo il soffitto della macchina pieno di medagliette (quando lo notavano le ragazze si divertivano molto), la domenica ogni tanto andavo a Messa alla Madonna della Ghiara di Reggio Emilia, eppure non avevo nessuno con cui parlare di questo. I preti erano democristiani o il loro squallore faceva pensare che lo fossero, comunque era impensabile frequentarli al di là della liturgia. Negli ambienti che frequentavo si parlava di musica, di droga, di soldi, di vestiti, di locali notturni, di donne (adesso che ci penso di donne nemmeno tanto). Di Dio, di Gesù, della Madonna, mai. La pratica religiosa era denigrata oppure residuale, nel migliore dei casi una vecchia abitudine relegata alla domenica mattina e il cui influsso non arrivava alla domenica sera. Nell’85 ascoltavo i Cure, sulla cui spilletta pubblicitaria campeggiava una siringa, e leggevo Patrizia Valduga, eccitante poetessa mortuaria. Per cui quando Biffi inventò quel nerissimo motto araldico, «Emilia sazia e disperata», sentii che stava parlando di me e del mondo che mi circondava. Sul primo aggettivo avevo delle perplessità: un amante del lusso non è mai sazio, non pensa mai di guadagnare abbastanza. Sul disperato ero invece perfettamente d’accordo.
Oggi l’uomo che dal 1984 al 2003 ha mantenuto accesa la luce in una regione che ostinatamente voleva spegnerla, siccome al buio avrebbe potuto ignorare ancora meglio la propria realtà e il proprio destino, pubblica i suoi ricordi, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, editore Cantagalli. Mi viene da fare una domanda antipatica: perché Biffi non pubblica con Mondadori? Intendiamoci: Cantagalli è editore degnissimo, pubblica Ruini e i liturgisti, il Papa di adesso e quelli del passato, ma è per l’appunto un giocare in casa. Se l’Italia fosse un paese cattolico il massimo apologeta cattolico italiano pubblicherebbe con la principale casa editrice italiana. Non essendolo, un paese cattolico, la mia domanda resta lì, un po’ retorica. Non è più un paese cattolico e tutti ne sono disorientati: il tassista che mi carica davanti al cancello della villa dove abita Biffi (ebbene sì, infine l’ho conosciuto di persona) mi chiede se sono un prete. È tale la confusione, è tanto il bisogno di uomini di Dio, che basta uscire da un edificio ecclesiastico vestiti di scuro per suscitare l’impressione. Al tassista non lo dico ma in verità mi sento molto più prete che giornalista e difendo il segreto confessionale anche se confessore non sono: ad esempio non dirò nulla di quanto Sua Eminenza ha voluto farmi sapere. Non che mi abbia fatto chissà quale tremenda rivelazione, il segreto mancante di Fatima o che so io, ma conversazione privata doveva essere e conversazione privata rimarrà.

Dieci anni prima di Oriana Fallaci
Tanto adesso c’è il libro che può soddisfare qualsiasi curiosità, 638 pagine in cui Biffi racconta tutta la sua vita, con così tanta attenzione al dettaglio del mestiere che avrebbe potuto benissimo intitolarsi “Manuale del vescovo”. Però avrebbe venduto poco, sarebbe stato un libro ancora più di nicchia, sia perché sono pochi gli aspiranti a questo tipo di carriera, sia perché, fra quei pochi, pochissimi pensano di interpretarla come l’ha interpretata lui, senza mai lisciare il pelo a quella bestia che è lo spirito del tempo.
E così nel lungo testo, saggiamente suddiviso in brevissimi capitoli, trovo le altre frasi salvifiche e gli aggettivi che soltanto Cristina Campo avrebbe potuto pensarne di ugualmente perfetti. La donna moderna, «raffinata e squallida» (una polemica del 1989 che mi servì a guardare con altri, più disincantati occhi tante desiderabili fanciulle). «Io penso che l’Europa ridiventerà cristiana o diventerà musulmana» (affermazione del 1990 con la quale Biffi ha anticipato di un decennio abbondante Oriana Fallaci, che condivisi all’istante e che mi fece decidere di tentare il giornalismo per ricristianizzare l’Italia, pazzo che ero e che sono). Eccetera eccetera.
Prima ho scomodato Cristina Campo, suprema stilista delle lettere cattoliche, nata anche lei negli anni Venti e fiorita su questa stessa collina bolognese dove Biffi vive da quando in arcivescovado ha lasciato il posto a Carlo Caffarra. Il capolavoro di Cristina si intitola Gli imperdonabili e se qualcuno azzardasse un aggiornamento dovrebbe inserirvi il cardinale. Una sola pagina di Memorie e digressioni potrebbe far venire l’orticaria a un’intera redazione democratica. Molto più comodo, per loro, intervistare preti in maglione o in giacchetta grigia, ecclestiastici emollienti che di sicuro non tireranno mai fuori un “Elogio delle recinzioni” (formidabile titolo di un capitolo del libro). A me invece i ricordi biffiani mi fanno l’effetto tonificante di una pedalata in bicicletta, di una bella bistecca al sangue, di God gave me everything di Mick Jagger e Lenny Kravitz ad alto volume, un po’ lo stesso effetto dei ricordi guicciardiniani: le verità di questi vecchi signori rendono liberi, e non ingrassano, perché non contengono zucchero.

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