Una cascina e i segni pudici di una presenza che fu

L’erba si sta riprendendo la sterrata, e i rami di robinia si allungano a sbarrarci il passo. La stradina fra le colline del Monferrato finisce improvvisa con un gomito brusco nella corte di una cascina abbandonata. Lasciata, certo, da molti anni, perché le mura della casa padronale mostrano crepe profonde, e l’aia è invasa dai rovi e dalle ortiche. Ma nel maggio incipiente tutto attorno è di un verde così splendente, e così radioso il giallo di certi fiori di cespugli selvatici, che la cascina morta non appare triste. Misteriosa, soltanto; come cariche le sue mura sbrecciate, le persiane sbarrate, di segreti. Il vento che ne sbatte una con un colpo secco e il fruscio dell’erba alta, nel silenzio dell’orizzonte, paiono volerti dire qualche cosa. Perciò ti inoltri in quella corte di rovi, getti lo sguardo dentro l’orbita nera di una finestra lasciata spalancata. C’è nessuno? Solo cigolii di vecchi assiti, frullio di ali veloci delle rondini dai nidi sotto il tetto. Nessuno, se ne sono andati tutti.
Da quanti anni? Doveva essere una bella cascina, esposta ad est, col sole che le sorgeva davanti ad ogni alba. Grande, poi, almeno otto stanze, forse tre famiglie, e chissà quanti bambini in quest’aia a rincorrersi, la sera, in mezzo alle due ali dei fienili che ti pare di vedere ancora colmi di fieno – colmi di abbondanza.
La porta è spalancata, nell’incuria di un luogo in cui non c’è più nulla da rubare o da difendere. Entri. La stanza vuota sembra enorme attorno al grande camino di pietra. Il tempo ha reso tutto del colore della cenere. Legni consunti, gradini sbrecciati, lucertole. Che cosa ti induce in soggezione, così che abbassi istintivamente la voce? Che cosa misteriosamente ti commuove, in queste stanze abbandonate e morte? Sono forse i fregi di una porta, o i vasi da fiori dimenticati sui davanzali, o quel camino così grande, e freddo per sempre. Sono le tracce degli uomini sconosciuti che qui per cento anni sono nati, e poi di padre in figlio sono cresciuti in quest’aia – che era di ghiaia candida, e glicini, e rose contro i muri. E vorresti per un istante poterli vedere vivi, ancora, quegli uomini e i loro figli, nei rosari di maggio o nelle mattine di neve; come se sotto a questo gran cielo di nuvole nessun uomo, neanche cent’anni dopo, ti fosse estraneo. Ma la persiana sbatte ancora, dura, secca. E dalla casa di cenere non puoi che andartene cercando di chiudertene alle spalle la porta senza decenza lasciata spalancata – come con un confuso pudore.

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