Una fede capace di fermare la notte africana

Gulu, Uganda del nord. Il tramonto all’equatore è repentino. Nell’ultima luce camminano veloci i night commuters, la gente dei villaggi nella savana che a notte cala in città per dormire al sicuro dai ribelli del Lord Resistance Army. Sono soprattutto donne e bambini, molti bambini, e vecchi. Uno in fila all’altro, nell’erba e sui sentieri di terra coi piedi nudi non fanno alcun rumore, e non parlano. Hanno fretta di arrivare al Lacor Hospital o alla chiesa di Layibi prima che il buio sia totale. Le donne reggono sulla testa le coperte, in un’andatura danzante e fiera nonostante la fuga, e in braccio i figli piccoli. Ogni minuto che passa la savana attorno è più nera, e piena dei misteriosi fruscii degli uccelli. I bambini più grandi si attaccano alle gonne delle madri.
Layibi è una chiesa piccola, vicino alla missione dei comboniani. Nel cortile i commuters si siedono per terra, ordinatamente, qualcuno accende una candela. In trecento, spontaneamente, cominciano a recitare il rosario in acholi, la lingua dell’etnia che qui è ormai, dopo vent’anni di guerriglia, confinata in disperati campi per sfollati. La cadenza di quella preghiera ti è però familiare nel ritornare costante dell’Ave Maria. I bambini, rassicurati dal ritrovarsi qui in tanti, dimentichi della guerra corrono attorno. Le donne e i vecchi pregano: sommesso, intenso il rosario riempie il cortile in mezzo alla boscaglia nera. Non hai mai visto pregare così: mitemente nella sua miseria, solo chiedendo la grazia di una notte di pace. Digiuni, o i piccoli sbocconcellando resti di cibo seccato dal caldo del giorno, non si lamentano tuttavia gli acholi. Non chiedono, non elemosinano, non maledicono questa loro terra che molti non hanno mai visto in pace. Proclamano, con il coro del Rosario lento, come ostinato in mezzo alla notte insidiosa, una preghiera che pare fermare al di fuori di queste mura le tenebre.
Se alzi gli occhi, ti trovi addosso incombente la notte africana con le sue infinite stelle. Che fossimo così anche noi, un tempo, in Occidente, nelle città e nei villaggi del Medioevo assediati da sempre nuovi nemici? Che anche nelle nostre notti si pregasse così, vestiti di stracci, affamati, eppure grati già di avere un asilo per la notte, e per il resto confidando in Dio? E pensi alle mura che cingono tutte le nostre antiche città, e a quegli assedi dimenticati nella nostra pace garantita. Ma come sanno pregare qui, in questa notte africana, anche questo lo abbiamo scordato.

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