Una memoria più democrat
Come si fa a non chiedergli del Massimo D’Alema vietnamita, folgorato da magnifici ricordi appena messo piede ad Hanoi? «Ah, Baffino d’acciaio è stato scandaloso, un infortunio clamoroso aver parlato di mito del Vietnam, di “esperienza formativa di grandissimo valore”. Direi niente male per un alto dirigente del neonato Partito democratico». Così rischia l’affollamento il famoso pantheon del piddì, magari con la new entry del comandante Giap. «Già, ci sono infinite icone in quel santuario, e certo non può mancare il partigiano garibaldino che ha consumato vendette ben oltre il 25 aprile del 1945, se si evita di fare per davvero i conti con la propria storia. Ho provato a incalzare Piero Fassino a una revisione schietta e sincera sulla tragedia della guerra civile, sulle responsabilità del Partito comunista italiano e sul suo progetto egemonico, quello che definisco il secondo tempo del film, ovvero portare almeno il Nord dell’Italia nella sfera di influenza sovietica, trasformandolo in una sorta di Ungheria del Mediterraneo. Non ci sono riuscito. Certo che se il Partito democratico non si presenta con il vestito impeccabile non è credibile. I segnali non promettono bene».
Giampaolo Pansa è in grande spolvero. Da pochi giorni è in libreria la sua ultima fatica, I gendarmi della memoria, e lui non ha in programma il giro d’Italia delle presentazioni. «Ci ho rinunciato. Non per resa nei confronti dei gendarmi, ma perché sarebbe un atto di arroganza esistenziale, in un momento in cui l’Italia vive l’emergenza sicurezza, strappare alle sue funzioni più drammatiche anche solo un carabiniere. Non ha senso incontrare il pubblico sotto custodia. Con i librai impauriti, oggetto di minacce e atti vandalici come è successo in occasione delle presentazioni de La grande bugia». Il nuovo libro prende proprio le mosse da lì, dal clima pesante causato da chi si arroga il diritto di tenere in guardina la verità sulla guerra civile. «Solo loro possono fare e disfare, unici titolati al racconto autentico del sanguinoso conflitto interno. E chi prova a metterlo in discussione mal gliene incolga».
Signori depositari di questa presunta ortodossia sono rifondaroli e appartenenti alla minuscola formazione di Oliviero Diliberto. Ma anche i discepoli dei centri sociali e la solita truppa dell’Anpi, l’associazione dei partigiani per la gran parte di stretta osservanza comunista. «Poi c’è qualche storico di professione, come pure un giornalista antico che mi ha dato del negazionista, dell’apologo del fascismo per ciò che scrivo nei miei libri: Giorgio Bocca, l’uomo di Cuneo, che quelli come me li vedrebbe in galera e infatti si dispiacque quando la corte d’appello di Vienna scarcerò lo storico negazionista inglese David Irving». Ma ci sono anche i gendarmi che lo fanno ridere come Fabio Fazio («si guarda bene dall’invitarmi nella sua trasmissione») e soprattutto Francesco Guccini, il cantautore. «In più interviste il modenese ha detto che i miei libri non gli piacciono, che il mio è revisionismo a buon mercato. Ha detto di combatterlo e che preferisce Bocca e Beppe Fenoglio. Peccato che per un eccesso di gendarmeria l’uomo di Cuneo in un’intervista liquidava pure Fenoglio».
“L’ha fatto per i soldi” è uno degli insulti che puntualmente gli vengono regalati: ha trovato il filone che paga e lui ci sguazza a meraviglia. Ormai Pansa ha il chiodo fisso. «A me non frega niente se mi danno del fissato. Credo di aver toccato un nervo scoperto, di aver infranto un tabù di cui liberamente era impossibile dire, basta sfogliare alcuni benemeriti libri di testo di storia per rendersene conto. Nel libro ho raccolto la testimonianza di un’insegnante di greco e latino, figlia di un fascista, che mi ha confessato come fosse felice di parlare in classe di Cicerone e Tacito e non di storia contemporanea indirizzata a senso unico». Quel modo strabico di leggere la storia per cui, come ha detto Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, se urli “Viva Hilter” è apologia di reato, mentre se urli “Viva Stalin” sei un tipo un po’ bizzarro. «Man mano che registro gli attacchi dei guardiani mi rendo conto che le loro stupide difese sono il mio alleato più grande. Hanno argomenti grotteschi e l’ottusità tipica dei guardoni. E io vado avanti affermando che la guerra civile inziata nel 1943 si conclude non nel ’45 bensì il 18 aprile del ’48, con la vittoria della Democrazia cristiana sul Fronte popolare». Naturalmente Pansa continua a ritenere che quella della Resistenza fosse la parte giusta. «Rimane sempre la mia patria morale, però è giusto ricordare che le cause buone non rendono migliori gli uomini. Che senza il contributo fondamentale di americani e inglesi le cose avrebbero preso tutt’altra direzione. Che le guerre si fanno in due e alla fine devono poter parlare anche i vinti».
Invece i gendarmi e i fan dei gendarmi sono preoccupati che non cali il velo di Maya sul mito resistenziale. «A me dispiace che i Ds per ragioni di bottega non abbiano compiuto una riflessione seria. La Quercia è morta, certo. Tuttavia la gran parte di quella gente è convinta che il sottoscritto sia un fascista e un negazionista. Siccome sono convinto che non c’è riformismo senza revisionismo, il Partito democratico nasce un po’ zoppicante».
Restituire la dignità ai vinti
I gendarmi della memoria, allo stesso modo dei suoi libri precedenti, è una ricca galleria di storie drammatiche, di vicende dolorose, di misfatti tragici. Pansa ricorda volentieri un episodio successo a Bergamo durante una delle più affollate presentazioni de La grande bugia. «Al termine della serata, come sempre piena di cose ed emozioni, mi viene incontro un signore, un certo Italo Pilenga, che ho poi saputo essere il presidente dell’Associazione nazionale delle famiglie dei caduti della Repubblica sociale. Il quale mi dice: “I suoi libri hanno ridato dignità non solo ai nostri morti, ma anche ai vivi, figli e nipoti di quei morti”. L’ho preso come un grande complimento che mi ha un’altra volta confermato l’utilità del mio lavoro».
E a proposito di verità negate e di gendarmi in servizio permanente effettivo, nel libro si parla del doloroso esodo degli italiani che stavano in Dalmazia, Croazia e Istria. «Una vergogna. Nessuno li voleva in Italia. Quando un folto gruppo di nostri connazionali arrivò ad Ancona pensava ad abbracci e lacrime. Invece vi erano comunisti con bandiere e cartelli che li accoglievano alla stregua di traditori, di fascisti e nemici della causa comunista. Però ancora nei libri di storia non se ne parla affatto. E naturalmente i Titini non vengono mai chiamati comunisti». E bravi questi gendarmi di una storiografia bugiarda.
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