Una notte da Oscar, 365 giorni da Truman Show (e una notizia da Israele)
“Gli uomini, naturalmente, sono dei porci. E le istituzioni umane naturalmente sono porcili, o fattorie per l’allevamento di porci, e mattatoi per porci. La convenzionale coppia genitrice borghese è allo stesso tempo un superporco bisessuato, e una potente fabbrica di pancetta. Un numero esiguo riesce a fuggire, con molta fatica e sofferenza, e diventa sano di mente; e inevitabilmente porta un fardello profetico”. È sintomatico che “la morte della famiglia ” auspicata da quel mattacchione di “psichiatra democratico” che negli anni ’70 fu David Cooper trovi oggi postuma affermazione nel circo di Hollywood. Dove, senza entrare nel merito dell’artisticità e poesia del trittico delle pellicole impalmate con l’Oscar (American Beauty – Le regole della casa del sidro -Tutto su mia madre), pare evidente – al punto da essere suggellato dal più popolare evento del cinema di massa – lo sconquasso di ogni relazione umana. Su tutto ciò che è esperienza, natura, tradizione, si esercita oggi non soltanto la legittima insofferenza verso l’ipocrisia piccolo borghese o la reazione ad ogni fondamentalismo, ma anche il libertinismo imposto ai popoli in nome del commercio e il dileggio dei semplici che poi diventa lacrimuccia se il risultato finale non è solo la morte della famiglia, ma della maternità, della paternità e, infine, della natalità (che detta con le parole della Arendt “è il miracolo che preserva il mondo dalla sua normale, naturale rovina” e “ in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire”). In questo lievemente suicida contesto post-moderno anche “la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’essre nati” è sentita come minaccia ecologica alla sopravvivenza del pianeta e tutto concorre a tener desti più gli istinti di adattamento della specie che la vita stessa dell’uomo, più le polizze contro il rischio di vivere che una ragione per cui valga la pena morire, più la propensione a farsi servi calcolatori che imprevedibili esseri che esercitano la loro libertà. La massima che governa il mondo è diventata “l’uguaglianza davanti alla Legge” e “le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente”, fede e speranza, tornano a essere completamente ignorate dalla post-moderità pagana.
Ma la secolarizzazione più radicale che ci aspetta e che assegna all’Imperatore d’oltre Atlantico la palma del più potente interprete e suggeritore dell’epoca, non è soltanto un destino. La secolarizzazione, come ci insegna il grande gesto del Papa in Israele, che ha commosso più l’inquieta ragione dei laici che gli appagati cuori degli uomini pii, è anche una possibilità. Non siamo giocatori d’azzardo e non ci sentiamo di pregare come ci consigliò un giorno di fare un amico israeliano convertito al cristianesimo “perché il mondo sia interamente conquistato al secolarismo, così che nel deserto di ogni religione Gesù di Nazaret emerga in tutta la sua persuasività”. Non lo sapeva Gesù Cristo, figuriamoci noi, se quando lo spettacolo sarà finito resterà un solo uomo al mondo che non avrà completamente perduto il senso della realtà, cioé la fede. Però, siccome quello che conta è il presente, al momento sappiamo per certo che c’è la Roma di Pietro e che da qualche parte ci sono persone che, come Giovanni Paolo II, in tutta sincerità e libertà ci dicono la verità sul protagonista di quel fantasticoTruman Show che, dalle Borse alle chiese, è il mondo nell’Anno Domine 2000.
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