Una nuova testata. Di gran classe

Di Respinti Marco
17 Maggio 2001
L’umanista di Rotterdam che, stregato da Martin Lutero, scelse il riformismo cattolico invece della rivoluzione protestante, battezza ora un periodico: l’Erasmo. Bimestrale della civiltà europea

L’umanista di Rotterdam che, stregato da Martin Lutero, scelse il riformismo cattolico invece della rivoluzione protestante, battezza ora un periodico: l’Erasmo. Bimestrale della civiltà europea. Diretto da Carlo Carena, è edito dalla Fondazione Biblioteca di via Senato, il paradiso milanese per bibliomani presieduto da Marcello Dell’Utri. Oltre a Carena, compongono il Comitato di direzione Vittore Branca, Guido Canziani, Michele Ciliberto, Tullio Gregory, Salvatore Silvano Nigro, Giuseppe Pontiggia, Giancarlo Vigorelli e Maurizio Vitale. Erasmo (1466 o 1469-1536), dunque, come patrono della cultura europea, o quantomeno di una sua particolare lettura. Ovvio? Null’affatto. Assumendo e presumendo l’esistenza e la sopravvivenza di una civiltà europea, il bimestrale dispiega immediatamente una bandiera anticonformista. Civiltà al singolare: cioè unitaria benché non unica, omogenea ancorché non omologata, composita e variegata seppur universale. Civiltà, poi, e non solo cultura; cioè anche istituzioni, strutture e leggi. L’Erasmo, cioè, osa. Nel nostro mondo dell’autocastrazione, non va infatti di moda essere così scorretti: esiste una civiltà europea, l’Europa esprime una civiltà e l’Unione Europea non c’entra alcunché. Il tutto senza vergognarsi di passare per eurocentristi dalle spalle cariche del famoso e kiplingiano fardello dell’uomo bianco (dead white men, ci chiama sprezzantemente il progressismo statunitense). Nel primo fascicolo de l’Erasmo, Michel-Pierre Lerner, Germana Ernst, Francesco Solinas, Eugenio Canone e Marco Lorandi riflettono sul frate domenicano, eretico e filosofo, Tommaso Campanella. Ma una dedica autografa inedita di Giovanni Pascoli, contenuta in un volume della Biblioteca, e la riproposizione dell’elogio vergato dall’olandese Erasmo per il logotipo del tipografo italiano Aldo Manuzio — e dell’adagio che lo accompagna — conferiscono al periodico un particolare tocco di elegante passione filologica. Altri vivono solo di volgare supponenza parvenu.

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