Una parabola pasquale per insegnarvi a tifare
Sarò pasquale e vi narrerò una parabola. Un giorno di marzo, nell’acquatic Centre di Melbourne, in Australia, si giocava una partita del Settebello, come viene chiamata la nazionale italiana di pallanuoto (per voi bestie che campate solo di calcio spiego le regole del gioco: nella waterpolo si gioca in sette, il Settebello è la carta più preziosa della scopa e ben rappresenta la nazionale che ha vinto di più per l’Italia). Un giornalista arrivò trafelato e si sedette al suo posto. La partita era già cominciata.
A un gol dell’Italia i bambini di una scolaresca con regolare uniforme (per voi bestie che considerate un viaggio a Busto Arsizio come un’immersione nell’ignoto spiego: in Australia le scuole hanno tutte la propria divisa ufficiale) dall’altra parte delle tribune cominciarono a sventolare il tricolore. Il giornalista chiese al vicino: «È forse una scuola italiana quella seduta in tribuna?». Quello rispose: «Mah non so, durante la partita precedente tifavano per la Germania». Al giornalista piacque questa storia di ragazzini che tifavano per lo sport, non per una squadra, un partito o una fazione, che si entusiasmavano per tecnica e non per i colori sulle calottine e me l’ha raccontata. E io scrivo qui, per voi, bestie, i tifosi peggiori del mondo, che prima di sostenere la propria squadra pensate a come insultare il rivale. Perché impariate qualcosa. Se potete.
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