Una poltrona per Sidney

Di Roberto Perrone
16 Agosto 2000
Promette di essere la più riuscita edizione di Giochi olmpici degli ultimi vent’anni. Australia, bellezze naturali e organizzazione perfetta, promette. Dopo il caos di Atlanta e gli imbarazzanti invernali di Salt Lake City. Una cosa è certa: le Olimpiadi vendono tutto, ma soprattutto immagine. Per questo nessuno vuole mancare, a cominciare dai giornalisti. Dal nostro inviato (e del Corriere della Sera) molto speciale (seguono dettagli alle pagine17-19)

“Saranno Olimpiadi a misura d’uomo”. La promessa, come tutte quelle in cui ci sono di mezzo “misura” e luoghi comuni, mi ha fatto dormire preoccupato. Normalmente, si comincia con questi slogan, poi si finisce aschifìo, ma nulla, neppure il peggiore incubo, può essere peggiore di Atlanta (1996): ogni volta che vedo “Via col vento” mi chiedo perché l’abbiano ricostruita dopochè un meritorio incendio yankee l’aveva incenerita. Signore e signori il comandante informa che tra poco più di un mese saremo a Sydney per i Giochi della XXVIII Olimpiade.

Sidney ambientalista? Sì, purché non sia come Atlanta Le Olimpiadi sono come le elezioni politiche, con una fondamentale differenza: mentre le prime hanno guardato in faccia la realtà e hanno aperto al professionismo fin da Barcellona ’92, le seconde sono ancora infarcite di dilettanti allo sbaraglio. Dunque Sydney ospiterà l’Olimpiade verde. Quando (1993) la città australiana superò Pechino nella corsa all’assegnazione dell’edizione del 2000, la tutela dell’ambiente venne indicata come il punto decisivo che fece pendere la bilancia degli autorevoli membri dell’organismo che governa lo sport Mondiale. Poi si scoprì che Salt Lake City (Invernali del 2002) aveva scucito orologioni, pellicce per le autorevoli consorti e viaggi intercontinentali per gli autorevoli figli e qualche sospetto sull’importanza della tutela dell’ambiente a quelli di Pechino è venuta. Però l’assegnazione di un’Olimpiade, come di un Mondiale o di un Europeo, insomma di un grande evento, è come l’elezione di un Papa. Non per niente la sessione del Cio in cui si decide viene, con irriverenza, chiamata conclave. Non si cambia più, se non per rinuncia della prescelta o per terremoto. Salvo poi pentirsi, perché l’organizzazione è una chiavica, come è accaduto per Atlanta o, più recentemente, per gli Europei di calcio.

Sydney, però, promette meraviglie a cominciare da Homebush bay, dove sono concentrati gli impianti principali. Si va a piedi dal nuoto all’atletica, dal tennis alla scherma, dalla boxe al baseball. Non si devono sfidare gli inquietanti svincoli sulle freeways della Georgia, dove il rischio di perdersi non aveva quote, come successe a quel gruppo di sollevatori di pesi russi che, dopo essersi preparati con puntualità per quattro anni, arrivarono in ritardo alle gare per colpa di un autista volontario che veniva da New York e conosceva le strade della Georgia peggio di me. Gli americani sono un popolo pratico ma anche un po’ scemo. In una città, normalmente, ci sono una sessantina di strade con lo stesso nome. Per loro sarebbe una pazzia cambiare nome a corso Venezia quando diventa corso Buenos Aires (stiamo parlando di Milano: la continuazione della stessa via retta). In alcuni posti è sempre la stessa che è lunga anche quaranta chilometri (Sunset Boulevard, L. A.). Questa è praticità. Invece è demenza chiamare, come nel caso di Atlanta, Peachstreet, via della pesca (il frutto locale), una ventina di strade in luoghi diversi della città. Torme di atleti, giornalisti e ospiti si incrociavano disperati alla ricerca della pesca giusta. Le Olimpiadi di Atlanta sono state come il servizio militare: avevo la stecca e contavo i giorni prima della fine. Non ce la facevo più. Gli autisti sbagliavano strada in continuazione, i trasporti erano un schifezza, i taxi un terno al lotto. Una volta prendo un bus per andare al centro dove partivano tutti gli altri. Sono da solo e faccio amicizia con l’autista, un nero sui settat’anni, bello vispo. Parliamo del più e del meno e quando arriviamo a destinazione gli faccio i complimenti: bravo, guida bene e conosce le strade. Ci mancherebbe, mi risponde lui, sono un pensionato dall’azienda tranviaria. Se fosse capitato a quei sollevatori russi, la storia sarebbe cambiata.

Più Stato, meno Società. Almeno quando si Gioca Questo racconto serve per inquadrare le Olimpiadi che sono di due tipi: private o statali. Contrordine compagni: nel caso di grandi avvenimenti sportivi come questi, mi dispiace dirlo, ma l’assioma “più società e meno stato” deve andare in panchina. Come sentenziò il mitico e compianto Primo Nebiolo ad Atlanta: “Non si possono più fare le Olimpiadi contro la città”. Senza il potere politico che smussa gli angoli, si va verso il caos. Le Olimpiadi private si differenziano dalle altre perché puntano a risparmiare e si affidano a stuoli di volontari che, per un po’ di magliette col logo olimpico, vitto, alloggio e un misero gettone, reggono quasi completamente il peso organizzativo. Ad Atlanta vennero schiacciati. Esempio di meno stato: lo stadio olimpico. Era a tre chilometri dalla città, ma per raggiungerlo bisognava farne nove. Infatti il primo svincolo buono stava tre chilometri oltre l’impianto. Conti: tre, più tre per l’uscita, più tre per tornare indietro. In quei momenti pensavo con nostalgia agli assessori di casa nostra che, dietro doveroso conquibus, avrebbero sparato un bel casello col telepass al punto giusto.

Quando le Olimpiadi le organizza lo stato diventano insuperabili. Le due più grandi, infatti, sono state Seul ’88 e, soprattutto, Barcellona ’92. Nella capitale catalana avevano rivoltato il vecchio porto, trasformandolo in una piccola Portofino, avevano spianato le montagne, sistemato una piscina sul cucuzzolo del Montjuich da dove sembra di tuffarsi nella Sagrada Familia. I trasporti funzionavano, i volontari erano efficienti, alla sera andavamo a distruggere la produzione locale di aragoste e granchi al “Botafumeiro”. Niente, probabilmente, raggiungerà Barcellona che era anche la città del presidente del Cio Samaranch e tutti volevano fare bella figura.

Nelle redazioni è caccia al biglietto per Sidney Però Sydney vuole battere Barcellona. Speriamo. La città è bellissima, l’Australia è un Paese stupendo, gli abitanti simpatici, perché non sono più inglesi e non sono ancora americani. Infine le Olimpiadi sono un misto di privato e di pubblico, quindi, insomma, dovremmo raggiungere livelli favolosi. Non per niente, nelle redazioni dei giornali italiani (e anche altrove, immagino) si è accesa la caccia al biglietto. Gente che non scriveva un articolo da anni o che si vantava di seguire solo il calcio (perché un cross di Roccotelli è meglio di tutto il campionato di basket) ha improvvisamente riscoperto il fascino olimpico: c’è chi ha scritto al direttore, chi ha vantato trascorsi semi-professionistici nel badminton. Per Atene, la città più incasinata, sporca e inquinata del globo, non si prevedono gli stessi eroismi.

Sydney attira e non si può dar torto agli ultimi arrivati sul cargo olimpico: la città è verde, marina, accogliente, con tutti i comfort addolciti dalla fissazione australiana per l’ambiente e la prevenzione. La prima volta che ci sono andato pensavo che non morissero mai, considerate le precauzioni che prendono. “Stateve accuorte” è il loro credo. Quando un’auto si pianta contro un albero la lasciano lì e, accanto, piazzano un cartello: “Vedete cosa succede a guidare spericolati?”. I bambini vanno al mare vestiti come legionari alla frontiera del Ciad. Qui c’è il buco nell’ozono, sostengono e ti spiegano l’incidenza dei tumori della pelle nella mortalità. Agli Open di tennis di Melbourne, ci sono delle leggiadre signorine che girano con le creme antisolari come nei nostri stadi ci sono quelli che battono le tribune con la Coca Cola.

Sottopassaggi per le rane. E preci per il ragno Funnel Per le Olimpiadi a Sydney hanno costruito perfino dei sottopassaggi per le rane che vivevano dove è nato il Parco Olimpico. Così le green and golden bell frogs potranno transitare senza correre il rischio di essere investite, mentre ci sono state dimostrazioni di protesta contro la scomparsa del ragno Funnel Web a cui hanno dato una bella botta i lavori di risistemazione della mitica spiaggia di Bondi, la Santa Monica locale. Una prece.

Le Olimpiadi saranno pure verdi, in ogni caso sono un grande affare. In Grecia servivano a fermare le guerre, nel ‘900 si sono fermate quando ci sono state le guerre, ma ora non si fermeranno più. C’è stata l’epoca felice, fino al 1968 e poi gli anni bui, fino al 1988, quindi l’età del grano, ora. Prima si credeva ancora al dilettantismo, così, per esempio, a pallone vincevano quelli dell’Est con i loro professionisti di stato. Poi anche le Olimpiadi conobbero gli anni di piombo. Vent’anni in cui lo sport, come il resto del mondo, visse in un turbine di passioni non sempre positive: lo sport scoprì allora di non vivere in un mondo a parte, dove la politica e le sue degenerazioni non avevano via libera. Anzi. Cominciarono John Carlos e Tommy Smith con la mano sinistra chiusa a pugno in un guanto nero sul podio dei 200 metri a Città del Messico, proseguirono i terroristi palestinesi nel villaggio olimpico di Monaco, continuarono Est e Ovest a sfidarsi con i boicottaggi. Poi, improvvisamente, tutti intuirono che le Olimpiadi erano un pozzo senza fondo e nessuno ci vuole più rinunciare, neanche i Paesi messi peggio. Paradossalmente, più ci si allontana (temporalmente) dal manifesto programmatico del barone De Coubertin, più ci si avvicina (idealmente) al cuore del suo messaggio. L’importante è partecipare, non solo vincere. Certo, ma sotto il partecipare c’è un tornaconto: la visibilità, la legittimazione. Così a ogni edizione c’è qualche nuova, esotica disciplina che, diventando olimpica, agguanta spazi e sponsor. E’ un vorticoso giro promozionale. Le Olimpiadi vendono tutto, ma soprattutto immagine. Per questo nessuno vuole mancare, a cominciare dai giornalisti.

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