Una questione di cellule
Che un neonato faccia muovere il mondo è certo, anche se sottovalutato. Tutto si muove per un piccolo appena arrivato: per lui si compera una casa più grande, per lui camerette e pannolini, latte e lettini, pappe e seggioloni, vestiti e giocattoli, per lui casa al mare o in montagna, per lui la macchina nuova. Il bebè fa ringiovanire, i nonni ritrovano uno scopo nella vita, il papà lavora di più, la sorellina gelosa si deve rassegnare al fatto che il mondo va condiviso con altri, rallegra il cuore di tutti, perfino quello dell’adolescente “cuore di pietra”, e si sa, più si è contenti, meglio si studia, meglio si lavora, più si produce. Soprattutto fa del bene al cuore di mammina, ma anche al suo stomaco, al suo fegato, e lo fa ancora prima di nascere, inconsapevole dono. Infatti, il futuro bebè, prende dalla madre le sostanze per svilupparsi e nascere, ma le regala le sue cellule staminali (dal latino stamen = stame, filo della vita) che, passando attraverso la placenta, vanno a soccorrere gli organi della madre, là dove sono malati, e sono rintracciabili anche dopo molti anni. Questa notizia, stupenda e certo bisognosa di più autorevoli e adeguate parole, raccolta al Convegno della nuova facoltà di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma, conferma, una volta di più, anche scientificamente, che la nostra piccola donna, il nostro piccolo uomo, sono venuti, con le parole del Poeta, «dal cielo in terra a miracol mostrare».
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