UNA SCUOLA DI ORDINARIA FOLLIA
Vittorio Lodolo D’Oria, all’inizio, non ha nulla a che fare con la scuola. È un medico del lavoro. Viene assegnato alla Commissione Medica per l’Inabilità al Lavoro di Milano. Ben presto si accorge che le richieste di messa a riposo per motivi psicologici degli insegnanti sono il doppio o il triplo rispetto agli altri lavoratori. «I soliti lavativi» sorride fra sé «non fanno nulla e in più cercano di imboscarsi». Ma poco a poco è costretto a cambiare parere: pochissimi sono i disonesti, la grande maggioranza ha disturbi veri, e sempre più gravi man mano che il tempo passa. Si dedica allora a studiare seriamente il fenomeno.
Due ricerche comparse negli anni scorsi – chiamate significativamente “Golgota” e “Getsemani” – rivelano una realtà drammatica: in città come Milano e Torino il 49 per cento degli insegnanti è vittima di esaurimenti e depressione o fa uso di psicofarmaci. Scova anche una vecchia inchiesta della Cisl, risalente al 1979 e ben nascosta in un cassetto: già allora il 30 per cento dei professori ricorreva a tranquillanti e affini.
CONTO SALATO
Il risultato del suo lavoro di questi anni è ora raccolto in Scuola di follia (250 pagg. Armando, euro 24). Trenta casi di ordinaria follia nelle nostre scuole, che coinvolgono insegnanti, ragazzi, genitori, dirigenti, tutti in qualche modo vittime, tutti impreparati a far fronte alla drammatica situazione. Offre insieme alcune indicazioni per affrontare il fenomeno nel modo più equilibrato. Ma poi toccherà ad altri andare alla radice del dramma. Che è fatta di due elementi. Uno più generale, la crisi dell’idea stessa di educazione. Quarant’anni di predica da tutti i pulpiti dello spontaneismo (ricordate Giorgio Gaber: «se cresce libero il bimbo è molto più contento / l’ho lasciato fare, m’è venuto l’esaurimento»?) hanno fatto un danno incalcolabile, e oggi tutti – ragazzi, genitori, insegnanti – sono costretti a imparare di nuovo ogni giorno cosa significhi educare. Uno più specifico: tutti hanno accolto con feroce esultanza l'”atto di giustizia” con cui è stato tolto agli insegnanti il “privilegio” di andare in pensione con vent’anni di servizio. Adesso si pagano le conseguenze.
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