Una scuola pubblica

Di Persico Roberto
23 Febbraio 2007
Per la mentalità comune don Giussani è simbolo dell'infida propaganda a favore dell'istruzione privata cattolica. Ascoli, invece, sulla sua idea di educazione ha costruito un istituto. Statale

“Tutto mi sta a cuore”. La scritta campeggia in bella vista sul palcoscenico dell’auditorium, dove un paio di mesi fa si è svolta la cerimonia per l’intitolazione del Circolo didattico di via dei Narcisi, Ascoli Piceno, a don Luigi Giussani. Siamo nella periferia nuova della città, costruita dopo il terremoto del 1997, «in fretta e furia, per ospitare gente a cui erano state strappate le radici», osserva Ivana Sandrin, direttrice della scuola, la protagonista del percorso che ha portato a dare a una scuola statale il nome di uno degli uomini che più strenuamente hanno difeso la libertà di educazione e il pluralismo delle ipotesi educative. Il racconto della Sandrin parte proprio da qui, dal quartiere e dalla sua gente: «Ha visto? Qui tutte le vie hanno nomi di fiori. Nulla che rimandi a una storia, una memoria, una cultura comune. I nomi, però, non sono mai neutri, condensano una storia. Allora quando si è trattato di dare un nome alla scuola ne abbiamo cercato uno che esprimesse al meglio il tentativo che avevamo in corso, e insieme che fosse un impegno per il futuro. Ora la gente del quartiere dice: “Andiamo alla Giussani”, e il nome indica l’esperienza di appartenenza che qui si vive».
Ma come ha fatto a far dare a una scuola statale il nome di un prete che, nella percezione comune, è quasi sinonimo di difesa della scuola privata?
Perché i miei docenti, tutti, non hanno potuto fare a meno di riconoscere che Il rischio educativo è una descrizione del nostro metodo, di quello che abbiamo tentato di fare noi. La descrizione di qualcosa che avevamo già intrapreso prima, ma a cui le parole di don Giussani hanno dato una chiarezza, una profondità di comprensione che prima non avevamo. E che grazie a lui ora è più lucido e può procedere meglio. Ha visto la scritta sul frontone del palco, “Tutto mi sta a cuore”? Quella l’avevamo messa tanti anni fa. Ora sotto, sulla parete di fondo c’è un’altra definizione di Giussani: “L’educazione è introduzione alla realtà totale”. È la stessa cosa, detta in modo più consapevole.
Accanto c’è una riproduzione de I primi passi di Van Gogh. Perché?
Perché è l’immagine che rende meglio l’idea di cosa sia l’educazione. Chi non fa questa esperienza di una consegna? Sa quanti genitori l’hanno commentata, ognuno vedendoci qualcosa di sé? Uno ha osservato: «È come se la vanga posata a terra dicesse: giù il lavoro, è più importante il figlio». È un’immagine che, come la frase di don Giussani, descrive l’esperienza di tutti.
Ci racconti qualcosa della vostra attività.
Il primo slogan che abbiamo lanciato è stato: “Una scuola per i bambini, con la famiglia, nel territorio”. Per questo abbiamo fatto l’inno e il gonfalone dell’istituto: per favorire il senso di appartenenza, e per esprimerlo con la bellezza. E a proposito di bellezza, anche il tema della festa di Natale dell’anno passato l’abbiamo preso da don Giussani: “Come è bello il mondo e come è grande Dio”. Guardi, la scritta è ancora sulla porta di ogni classe. Poco a poco, dicevo, il coinvolgimento è arrivato a tutti i livelli della vita. Guardi il bilancio dell’istituto. Vede il capitolo “Progetti famiglia”? Sono le attività gestite dalle famiglie per raccogliere fondi per la scuola. Quando è venuto il revisore dei conti non credeva ai suoi occhi: «Ma questo non è previsto dalle normative vigenti». È vero, gli ho risposto, ma neppure vietato: «Lei deve aiutarmi a farlo in regola, non a tagliarlo». Alla fine mi ha fatto i complimenti. Sa, i miei progetti non costano un soldo allo Stato: tutto ufficiale, tutto rendicontato.
Cosa fanno i genitori?
Siamo partiti da quel che c’era, alcune mamme facevano dei lavoretti. Poi abbiamo organizzato una lotteria, la vendita dei lavori degli alunni. I bambini vedono i genitori all’opera e imparano, dal vivo, cos’è la creatività. O ancora guardi qua, “Progetto solidarietà”: certo, tante scuole aiutano missionari; ma qui tutto diventa occasione educativa. Pensi cosa vuol dire per i nostri bambini, che ormai non sono più capaci di attesa, abituati come sono ad avere tutto subito, dover attendere i tempi della posta, la traduzione. Riscoprono, concretamente, il tempo e lo spazio di una volta. E poi anche qui tutto è pubblico, registrato, rendicontato. È fondamentale che tutto quello che la scuola fa sia pubblico, coinvolga il territorio. Come con la mostra sull’Egitto: una maestra si è appassionata, l’abbiamo portata nel teatro della città, per tutti. Pensi che cambiamento per insegnanti abituati a concepirsi come esecutori di direttive pensare al trasporto, all’assicurazione, alla vigilanza. Oppure il “Progetto lettura”: qui pochi leggono, nessuno va nelle librerie del centro, allora abbiamo portato i libri a scuola, abbiamo aperto la vendita al quartiere, abbiamo guadagnato qualche migliaio di euro che abbiamo reinvestito nella biblioteca.
La biblioteca è gradevole, una sala di lettura a misura di bambino.
Ecco, appunto, se aspettavo i soldi dello Stato me la sognavo. E abbiamo replicato l’iniziativa anche nelle altre sedi che abbiamo, nei paesini dei dintorni: a Poggio, un buco di quattro case, ne abbiamo aperta una in pieno centro, è stato un evento per tutto il paese.
E poi la musica.
Anche sulla musica siamo partiti da quel che c’era, un maestro diplomato in pianoforte. Ho usato le possibilità offerte dall’autonomia, gli ho fatto l’orario in modo che possa fare musica in tutte le classi, poco a poco è nato un coro che ormai conoscono in tutta la provincia. E anche fuori: guardi questa foto, sono i nostri bambini che cantano la parte dei chierichetti nella Messa di Bernstein eseguita nel 2000 in Vaticano. E sono riuscita a farmi pagare le spese dalla Provincia rossa, perché il nostro coro è un vanto per tutti.
Questo si può scrivere?
Certo. È tutto scritto, documentato. Ogni iniziativa è un gesto pubblico, che facciamo a testa alta, davanti a tutti.
Ma come fate con le leggi, i regolamenti che, si dice, soffocano la scuola?
Guardi, con l’attuale autonomia si può fare praticamente tutto. È che prima hanno fatto la legge, poi hanno fatto di tutto per frenarla. La gente si spaventa, continua a domandarsi: «Si può?», e non rischia. Nessuno ci ha aiutato, ci hanno solo tenuto sotto osservazione, abbiamo dovuto imparare tutto da soli. Il problema è che l’autonomia spacca gli schemi, non fa comodo a chi è abituato a nascondersi dietro l’applicazione delle circolari; perché lì ci sei tu, ti costringe a domandarti e a dire chi sei.
E come fa una scuola con un’identità così chiara ad accogliere tutti, a essere accettata da tutti?
Perché una scuola per la persona non è una scuola dove si fa quel che va bene per tutti, ma dove ognuno sta bene. Nessuno può contestare che il bene passi attraverso il bello, nessun musulmano mi contesta il presepe quando capisce che è la ragione per cui alla mensa trova un menù adatto a lui. Come ho detto nell’intervento durante la cerimonia di intitolazione, davanti a tutte le autorità pubbliche, «oggi la scuola è chiamata, di fronte alla varietà delle opinioni, a riproporsi con un’educazione al giudizio e alla critica, per recuperare quella consapevolezza che la realtà totale è il punto di incontro tra la conoscenza oggettiva esterna e la conoscenza interiore, comunque oggettiva, perché risponde alle esigenze universali della persona: il bisogno di realizzazione, il riconoscimento del senso del mistero e della dipendenza del nostro io».

Si è fatto tardi, i consigli di classe stanno finendo, la direttrice deve andare a salutare la gente che esce. Gli insegnanti non fuggono, si fermano, si riuniscono in capannelli, sembrano non voler andarsene (li si incontra di nuovo fuori dal cancello, ostinati): «Questa è una scuola che ha un’identità, una proposta», spiegano. «Tutti si trovano a casa loro». Anche il papà in divisa da pompiere che corre al lavoro trova un attimo per dire com’è andata la riunione. «Bene. Come sempre: in questa scuola c’è un clima di amicizia straordinario. Genitori e insegnanti sono insieme per il bene dei bambini». Storie di ordinaria autonomia, alla scuola statale “don Luigi Giussani”.

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