Una speranza colmata dal tempo e l’inquietudine di un figlio che diventa grande
Il più grande torna da una vacanza con la voce rauca. Tre giorni dopo il timbro è ancora strano, più basso, stranamente roco. Allora capisci, sta cambiando voce. Lo guardi, manca poco che sia alto come te, e ha un’ombra di peluria sul labbro. È quasi un uomo, ti accorgi improvvisamente, con stupore. Ti sembra ieri quella mattina d’autunno, in cui lo stavi a guardare nella culla, appena nato, col naso incollato al vetro della nursery, come una bambina davanti a un negozio di bambole. Ti sembra ieri lo sbalordimento di quel giorno: d’avere messo al mondo un figlio, un uomo, che ora, altro da te, ti guardava e in qualcosa negli occhi, nello sguardo ti ricordava – e anche in questo, che stupore, che meraviglia – tuo padre. Un uomo, quasi, tuo figlio. E come quel mattino ti aveva attraversato la coscienza che la vita era passata, da tuo padre e tua madre, dai nonni, e da quei cento prima di loro di cui ignori anche il nome, attraverso di te fino a quel figlio, oggi ti accorgi che quella stessa vita tra non molti anni potrà scorrere attraverso di lui, verso un altro uomo. Uno che ti chiamerà nonna, e ai cui occhi sarai una signora d’altri tempi, vissuta in un evo lontano di cui già parleranno i libri di storia, a scuola. Mentre tu ancora avrai davanti agli occhi, come fosse appena ieri, i giorni del liceo, e i quattro in matematica, e tu davanti allo specchio che ti spiavi domandandoti se mai, così magra com’eri, saresti diventata bella abbastanza per essere amata da qualcuno.
E il tempo ora ti sembra improvvisamente rappreso in un istante, o addirittura irreale, come se tutto, in fondo, avvenisse contemporaneamente, e il passare di ciò che chiamiamo anni fosse solo un nostro sogno. Ti ritrovi divisa fra una malinconia come quella degli alberi in questa stagione, che perdono a ogni folata di vento le foglie, e una strana pace: sei stata un anello di una lunghissima catena, niente di più, ma almeno hai gettato, oltre di te e prima che cali il buio, degli uomini.
È questo, il principio della vecchiaia? Capire che hai passato il testimone, e fra non molti anni altri vivranno al posto tuo e poi di te non si ricorderà nessuno. Come il grano, che cresce ad ogni estate, muore e rispunta, l’anno dopo, dai semi. Ma, sopporteresti d’essere stata solo un seme, se sapessi che quando muori ogni cosa finisce? Più di prima ti avvinghi all’unica speranza, tra tante che ora ti sembrano solo ombre. Poi una sera, tardi, quando tutti sono andati a dormire, quel figlio quasi grande ti domanda, con un accento di sgomento, se davvero tutto non finisce con la morte, e dov’è adesso il nonno, che se ne è andato da poco. Allora parli – quelle domande, le stesse dei tuoi quattordici anni – e mentre parli ti accorgi che ora tutto è vero, infinitamente più vero di allora. Che la speranza che dici a tuo figlio non è imparata sui libri, ma si è riempita di consistenza, è stata colmata di verità dal tempo. Diventare vecchi è anche questo? Allora è anche una pace. Poter dire a tuo figlio: non siamo un nulla, e non siamo mai soli – di questa speranza, finalmente, sicuri.
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