Una ventata di pensiero sulla repubbblica mediatico-giudiziaria

Di Tempi
22 Marzo 2000
Editoriale

Diciamoci la verità: il problema italiano è il deficit di pensiero (pubblico) e l’ansia di omologazione (in privato) che trova significativo specchio nel circo mediatico. È tutto un gioco delle vanità e delle banalità in cui il politico culturale corretto si mescola con un personale politico parecchio scorretto, almeno sul piano della difesa e incremento delle libertà. C’è forse un disegno dietro questa opera di riduzione delle idee e della politica a cucina di consenso? Visto gli affari che oliano la tanto decantata epoca della globalizzazione qualche robusta manina internazionale che lavora a irregimentare questo paese ci sarà pure. Nessuno qui si sogna di avere un ruolo più che marginale nel cambiare il destino di un popolo. Ma qui tutti siamo appassionati alla difesa, in primis, della nostra libertà. Epperciò nessuno di noi vorrebbe essere prima o poi costretto a emigrare. Sarebbe complicato per molti qui, non più giovani, rifarsi una vita e una caseta in Canadà. Ma certo non ci piace l’idea di essere governati da Martinazzoli, o di dover ancora subire per molti anni il genio culturale di un Veltroni, l’estro realsocialista di una Bindi, i pensierini della ministra Balbo, la boutique della signora Melandri. Sono prospettive deprimenti, espressioni di una cultura e di un personale politico che non crede nel primato della persona rispetto allo Stato e che è convinta che dalla culla alla bara il cittadino debba essere seguito come un’ombra da lorsignori illuminati. Insomma, scegliendo decisamente per la parte liberale dell’attuale schieramento politico, vorremmo contribuire a che i nostri figli trovassero ancora un’Italia se possibile ancora più americana di quella attuale, cioé una società aperta e libera non perché studia sui libri del WWF ed è esaminata sui test behavioristici di Berlinguer. Più americana nel senso del gusto della frontiera, dove non può esistere che per legge si possa stabilire il motore immobile della giustizia (astratta o di stampo sovietico) e quindi negare nei fatti la realtà della libertà come costruzione, ma anche come conflitto, competizione, contraddizione. Insomma vorremmo per lo meno mantenere per i nostri figli la stessa libertà di cui abbiamo goduto noi nei primi cinquant’anni della tanto vituperata prima repubblica degli annientati per via giudiziaria Dc-Psi, anni nei quali, anche grazie a tanti di noi che non erano né democristiani né socialisti, ad ogni buon conto si è dovuto difendere libertà e democrazia anche da coloro che adesso ci danno lezioni di tolleranza e buone maniere.

Per farla breve, in questo numero proponiamo i contenuti di un’uscita dalla redazione che ha portato un po’ di libera circolazione di idee sul territorio. In collaborazione col gruppo studentesco di “Ateneo Studenti” dell’Università cattolica di Milano, ecco a voi qualche spunto di riflessione (anche storica) che non viene dai talk-show a ritmo di spot o di telekabul, ma da incontri in università cui hanno partecipato centinaia di studenti.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.