Una voce viene dall’altra riva

Di Crescini Flora
12 Luglio 2000
Si vorrebbe istruire le grandi masse a trasformarsi nei viandanti di Nietsche, che chiuse le porte del cuore e della ragione umani, proclamano: "questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio!". Ma nell'ora dei "custodi del tempio vuoto" pensate che (ancorché la sua memoria sia ovunque favorita) Auschwitz sia lontana? Una pasionaria del pensiero forte ha cercato una risposta leggendo per noi "Une voix vient de l'autre rive" (Gallimard), l'ultimo recentissimo saggio del più arendtiano dei filosofi contemporanei, l'ebreo francese Alain Finkielkraut

Con il solito acume Alain Finkielkraut esamina nel suo nuovo libro, recentemente edito da Gallimard, la situazione dell’uomo nell’ingranaggio del mondo attuale. E lo fa partendo da uno degli avvenimenti maggiormente evocati nelle scuole, nei cinema e sulla stampa: l’Olocausto, la più immane e incomprensibile delle tragedie del nostro secolo.

Olocausto. O del clamoroso oblio Nei campi di sterminio “l’avvilimento inedito della morte” ha oscurato l’idea di matrice hegeliana “che il male non esiste per se stesso, ma partecipa al lavoro universale del genere umano” . Si è riusciti a svilire quello che al mondo è più difficile da svilire: la morte. “La dignità degli avvenimenti storici si è perduta nei campi di morte”.

Nessuna ragione, tanto meno nessuna consolazione, bastano a spiegare quanto è potuto accadere: “avvenimento senza perché, cioè opaco, refrattario alla luce delle teorie” : in totale accordo col direttore di Tempi, è anche insufficiente dire che “la vita è bella”. Affermazione tanto edulcorante, quanto debole. L’avvilimento inedito della morte permane. E risulta insoddisfacente anche un certo trionfalismo spirituale che fa dire “Dio scrive dritto sullo storto”: c’è un “far quadrato del cerchio” che può esasperare la sofferenza, prima ancora di ospitarla e di redimerla..

Di fronte a una tragedia che resta misteriosa, è interessante lo sguardo portato dai “folli della Ragione” , secondo i quali ciò che “è refrattario alla luce delle teorie, non può essere accaduto”. Filosoficamente viene annullato l’impossibile o, almeno, ciò che risulta impossibile ai parametri razionalisti: operazione nihilista doc. Soltanto che l’impossibile accade.

L’Olocausto è accaduto, che lo si voglia o no, e “una voce viene dall’altra riva e mi mette in questione e mi domanda dei conti e mi accusa già, sempre già, di averla abbandonata”. Sì perché se tale parola – Olocausto – è sulla bocca di tutti, le persone in carne e ossa, vittime del genocidio nazista (o stalinista), sono completamente abbandonate, dimenticate. Nessuna risposta alla loro morte: solo oblio.

Ebraismo e modernità.

Ma ci sono sempre loro, gli Ebrei, presenza inquietante che imbarazza l’antifascismo vigilante: popolo non proletario, non forza del progresso, la cui esistenza spiazza tutti. Non a caso “l’ultrasinistra politicizza con violenza la condanna teologica del particolarismo di Israele e riabilita con effusione la disgrazia ebraica. Niente agli Ebrei come nazione (perché la nazione è un attentato all’universale, letteralmente un crimine contro l’umanità); tutto agli Ebrei come stranieri… Caduta dell’idea ebrea di popolo; promozione dell’Ebreo in quanto vittima di questa idea” .

Così l’Olocausto è divenuto bandiera e copertura delle democrazie occidentali: invocato per coprire, per mascherare un male più profondo e corrosivo. Anzitutto la deturpazione fatta alla democrazia, cioè il fatto di aver posto “l’uguaglianza all’origine del vivere insieme”. Così facendo la democrazia si è condannata “per sempre all’insoddisfazione”. “La democrazia moderna non è solo una forma particolare di governo, è un’esperienza nuova dell’altro, di sé e del mondo. L’uguaglianza politica riposa ormai sul sentimento dell’uguaglianza degli uomini tra loro. Colui che rifiuta la rassomiglianza umana è dunque il nemico intimo della democrazia, il suo avversario supremo, il grande Altro, l’antagonista che la straluna, lo spettro che la spaventa” .

Eliminata qualsiasi appartenenza, l’io è impermeabile all’idea “che la responsabilità per il mondo ha bisogno della fedeltà a una collettività per inscriversi nella storia” . L’io si sente fuori dal presente e fuori dalla memoria, suddito dell’oblio. Non risponde a nessuno e non trova nessuno che possa colmare l’insoddisfazione tragicamente aperta da una certa idea di uomo, inteso come “animale” sociale. Animale, cioè vittima di meccanismi prestabiliti.

Dovendo essere uguale a tutti, è solo un fascio di reazioni che deve reagire con perfetta regolarità (anche quando va incontro alla propria morte) e che deve limitarsi a reagire.

Bloccare la ricerca della verità e consegnarsi all’esclusiva razionalità strumentale, significa preparare le nuove fabbriche della morte In questa svolta, o in questo décalage, Finkielkraut rileva come cruciale e tragico il problema educativo: “E’ venuto il tempo di passare da una scuola sostanziale a una scuola procedurale… La scuola procedurale rinuncia… alla difesa e all’illustrazione di una ragione obiettiva o di una essenza di uomo. Persegue l’egemonia in nome dell’eterogeneità. Sacrifica i valori e i precetti antichi a quei due principi cardinali di cui il XX secolo si è incaricato di ricordarci il prezzo: l’uguaglianza e la differenza… Comunicazione: è la parola sovrana del nuovo millennio. Venti secoli dopo la fondazione del cristianesimo, il monologo dei maestri… cede infine il posto al dialogo delle culture”. Eresia della comunicazione, diremmo noi: le relazioni non mancano, le sappiamo anche cogliere, ma vivere non si sa. Anche la pedagogia contemporanea, fedele ancella del consenso, conclama: “Lasciatevi andare!… Non lasciatevi imporre il silenzio! Rifiutatevi di essere singoli sapienti! Non siate timidi, siate voi stessi!… Attualizzate il vostro potenziale… Dite chi siete e quel che sentite con le parole che sono vostre…” . Inviti che presentano una certa seduzione, ma che coprono l’intento di “porre l’universale sotto la giurisdizione esclusiva della razionalità strumentale: quella stessa che è stata mobilitata per le fabbriche della morte e che ha conferito ai crimini amministrativi del XX secolo la loro atipica banalità e la loro mostruosità senza uguali”. Con una potenza espressiva quasi senza pari, lo testimonia anche Vasilij Grossman in “Vita e destino” parlando dei campi di morte: “Dalla nebbia emerse il recinto del lager, le file di reticolati tesi tra i pilastri di cemento armato. Le baracche allineate formavano strade larghe, rettilinee. La loro uniformità rivelava la disumanità dell’enorme luogo di detenzione… La vita si spegne là dove ogni costrizione si sforza di annullare ogni peculiarità dei singoli”.

Peculiarità individuale o comunitaria che infastidisce, perché voce fuori dal coro omologante o globalizzante, come si direbbe oggi. Coro spiritualmente anemico, che è indifferente alla verità e alla menzogna. Oggi, si dimostra quel che si vuole e si accetta quel che viene proposto: la “fede nel vero …ci ha fatto tanto male, dicono ora i custodi del tempio vuoto. Per restare aperti all’altro, blocchiamo dunque l’accesso alla verità”. Ma con Victor Hugo “bisogna dirlo e ripeterlo, non è un bisogno di novità quello che tormenta gli spiriti, è un bisogno di verità, ed esso è immenso”.

Ferite aperte.

I bambini, gli uomini sanno parlare, spesso, però le parole che pronunciano sono inarticolate e più che delle parole sono una supplica: domanda di una voce che introduca “nella sua anima un insegnamento” che gli apporti più di quel che possa ricavare egli stesso. (p.119).

In conclusione “quando lo spirito della democrazia mobilita il più orribile dei crimini per denunciare la cultura stessa (la capacità di pensare e di giudicare, n.d.r.) come diniego barbaro dell’uguaglianza o dell’alterità, è la sua propria barbarie che affiora e che infligge agli Ebrei una ferita ben più grave che l’oblio” . E l’Olocausto diventa uno dei tanti cerotti che si applicano in modo inopportuno su ferite ancora aperte: non c’è limite al peggio. Il che equivale a dire che sconfinata è la libertà umana. E terribile. Giacché l’appiattimento dei cuori e dei cervelli è una forma di sterminio che ben predispone allo sterminio dei corpi.

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