UN’ALTRA EUROPA E’ NECESSARIA

Di Bottarelli Mauro
02 Giugno 2005
IL "NO" FRANCESE E' LA FINE DELL'UE? O SANCISCE LA NASCITA DI UN'UNIONE A GUIDA BRITANNICA? INTERVISTA A FRANÇOIS LAFOND, DIRETTORE DEL POLICY NETWORK

La Francia ha pronunciato il suo stentoreo “no” alla Costituzione europea, rispedendo al mittente le speranze di chi vedeva nella firma di Roma dello scorso novembre il passo finale e definitivo verso un reale processo di unificazione politica del continente. Fine dell’Unione? Per cercare una risposta a questa domanda, Tempi ha raggiunto François Lafond, francese, docente universitario associato presso l’Institut d’Études Politiques di Parigi, ex membro dell’entourage di advisors di Lionel Jospin e ora deputy director del Policy Network, think tank del partito laburista britannico presieduto dall’attuale commissario europeo al commercio, Peter Mandelson.
Dottor Lafond, come valuta politicamente, sia a livello europeo ma anche a livello di equilibri interni a Parigi, il risultato del referendum francese?
Prima di tutto vorrei notare che politicamente i referendum di ratifica del Trattato, come quello francese, pur rischiosi in termini di risultati, mi sembrano il prezzo da pagare per superare una delle principali e più comuni critiche fatte alla costruzione europea, cioè il deficit democratico. Inoltre abbiamo visto due capi di governo stranieri Jose Luis Zapatero e Gerhard Schroeder, partecipare attivamente alla campagna e questo è un parametro nuovo, positivo. Detto questo, non si può negare che il risultato finale, il preponderante “no” delle urne, avrà delle conseguenze importanti sia per l’Europa che per gli equilibri politici interni. In Francia, sia la maggioranza (Ump e Udf) che sostiene il governo che l’opposizione si sono infatti spaccate tra i sostenitori e gli oppositori alla “costituzione” europea e penso che per questa frattura forse il Partito Socialista (Ps) pagherà il prezzo più alto poichè dopo un referendum interno che aveva visto la maggioranza dei militanti in favore del sì, Hollande non ha potuto impedire che una parte del suo partito facesse apertamente campagna contro il Trattato. Una scelta di confusione imperdonabile che potrebbe sancire una scissione nel partito, visto che alla fine i socialisti hanno votato in gran parte per il “no” (60 per cento). Per quanto riguarda il governo, un new deal – con dimissioni di Raffarin e nuovo esecutivo – è stato annunciato dal presidente Chirac addirittura quando lo spoglio delle schede non era stato completato del tutto. Ma è per l’Europa che tutto ciò avrà maggiori implicazioni.
Pensa che questa bocciatura sancisca la fine del progetto di integrazione politica dell’Unione?
La storia europea è piena di crisi. I periodi di stagnazione sono normali se consideriamo che il progetto comune prevede che degli Stati, alcuni dei quali vecchi di centinaia di anni, accettino di abbandonare parte della loro sovranità nazionale in favore di istituzioni sovranazionali comuni. Questo progetto, iniziato da sei paesi, ha avuto una forza di attrazione tale da raggiungere oggi quota 25, domani 27 (Romania e Bulgaria) e forse anche più (con i Balcani). Il risultato del referendum francese mi sembra il segno di una chiara incapacità di spiegare all’opinione pubblica questa trasformazione del progetto politico attraverso l’allargamento: l’unificazione dell’Europa è stata vissuta nei paesi fondatori come una minaccia in termini di occupazione, di immigrazione o di identità. In Francia, le responsabilità del Presidente e del governo sono palesi. Come si può spiegare che il trattato costituzionale è fondamentale per il progetto europeo comune e allo stesso tempo affermare in maniera sistematica che il prossimo budget dell’Ue non deve superare l’1 per cento dei budget nazionali? è palesemente ridicolo.
Sul Financial Times Jean-Claude Juncker ha dichiarato che Francia e Olanda hanno diritto di indire un nuovo referendum. Condivide questa impostazione?
In primo luogo, il processo di ratifica deve continuare. Purtroppo, penso che la Francia non sarà l’unico paese ad avere quest’impostazione negativa ma mi sembra difficile pensare che si possa organizzare un nuovo referendum sullo stesso testo nei prossimi due o tre anni. Come vedo impossibile che il Presidente cambi strategia e chieda al Parlamento di ratificare il testo, dopo un eventuale dichiarazione in tal senso da parte del Consiglio Europeo posta come postilla al Trattato. Un’altra difficoltà per l’organizzazione di un nuovo referendum è l’eterogeneità del fronte del no. Cosa unisce il no di Fabius, quello di Emmanuelli e della sinistra del partito socialista e quello di Jean-Marie Le Pen e dei “sovranisti”? Nessuna correzione o aggiunta al testo permetterebbe di “accontentare” in toto il patchwork dei no: un nuovo referendum otterrebbe lo stesso risultato, perché alla fine i francesi hanno votato “no” per tre ragioni differenti. Ragioni legate direttamente all’Europa, in maniera composita; ragioni politiche, contro il governo di Jean-Pierre Raffarin e del Presidente, che lo ha mantenuto malgrado i diversi avvertimenti elettorali ottenuti in due anni; infine, ma a mio modo di vedere in maniera sostanziale, per ragioni economiche, visto che la Francia, come i paesi dell’Eurozona, attraversa una crisi che va al di là dei meri indicatori economici. Per la prima volta, la grande maggioranza dei francesi ha pensato che i propri figli non avranno una vita migliore della loro.
Da molte parti si comincia a parlare di un’Europa a “centralità britannica” per il sempre minore potere dell’asse franco-tedesco e per la “sconfitta” del modello renano: cosa ne pensa?
La sua domanda necessita di considerare l’influenza britannica nelle sue diverse dimensioni. I britannici sono sempre stati pragmatici verso la costruzione europea, preferendo limitare l’Unione a un mercato unico. Si comprende dunque benissimo la loro posizione favorevole all’allargamento all’Europa centrale e orientale e il sì alla Turchia. Il pragmatismo liberal del presidente Barroso, l’importanza del processo di Lisbona sull’agenda della Commissione attuale, sono infatti in sintonia con i programmi del governo di Tony Blair. Detto questo, l’influenza britannica non deve essere sopravvalutata. Londra infatti si è autoesclusa dalle politiche più ambiziose (moneta comune e spazio Schengen) e la sua opinione pubblica resta molto ostile: la sua influenza è indubitabilmente limitata in partenza da questi fattori. L’ultimo punto della centralità britannica da considerare è la situazione economica. Con un tasso di disoccupazione al di sotto del 5 per cento, una crescita al di sopra del 3,25 per cento, un inflazione dell’ 1,25 per cento, un deficit pubblico del 35 per cento, Londra dimostra chiaramente un ottimo stato di salute economica se comparata con i paesi dell’Eurozona. La Francia, la Germania e l’Italia sembrano invece “fossilizzate” e possono difficilmente servire da modello: l’aggravante è data dal fatto che per questo “trio” riforme economiche e del sistema di welfare appaiono molto più difficili del previsto sia per la scelta delle politiche da approntare sia per l’accettazione delle stesse da parte dell’opinione pubblica. Londra non può guidare perché dietro di sé nessuno è in grado di seguire quella strada.
A questo punto quale può essere la strada da percorrere per rimettere in carreggiata il treno dell’Unione?
La strada è ovviamente in salita. I processi di ratifica sono uno degli elementi da considerare ma ci sono anche altre prospettive che indicano come il progetto europeo stia entrando in un lungo periodo di stagnazione. Parlerei, come europeista convinto, di crisi reale. Il dibattito sul budget (2007-2013), l’inizio della presidenza britannica (primo luglio), le elezioni anticipate in Germania (settembre) e le politiche in Italia (2006) e in Francia (in 2007) rischiano di non essere elementi favorevoli allo sviluppo di iniziative propositive in chiave europea ma anzi motivi di frizione e freno. Da parte sua la Commissione europea potrebbe considerare che il suo principale impegno è di stimolare la crescita economica per rinsaldare l’occupazione: un impegno serio in tal senso sarebbe la migliore risposta possibile alle paure che i francesi hanno espresso con il voto. Ma il risultato del no francese dimostra anche che abbiamo bisogno di un’Europa diversa, forte. Da immaginare.

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