Un’altra Europa. Necessaria
Una nuova superburocrazia governa il continente nell’impotenza del parlamento, mettendo sullo stesso piano assistenzialismo e spese necessarie per lo sviluppo. Il progressivo spostamento del potere a Commissioni e Consigli dei ministri di emanazione politica, o addirittura all’immensa burocrazia di Bruxelles, fanno affermare al giurista ebreo Weiler che «c’è una diminuzione del rilievo politico, del peso specifico, del grado di controllo che ciascun individuo è in grado di esercitare».
La stessa impasse è presente a livello di integrazione tra paesi europei. La caduta del muro di Berlino, la dissoluzione del cosiddetto “socialismo reale”, lo scioglimento dell’Urss, il declino del comunismo con riferimento sovietico, l’11 settembre potevano essere l’occasione di un completamento dell’unità politica. Invece gli Stati nazionali hanno ripreso il sopravvento, in particolare con il tentativo sempre più marcato di Francia e Germania di imporre la loro leadership in modo autoritario e fuori dalle regole. Il non rispetto del vincolo di bilancio, i vertici fuori da ogni regola concordata con il palese tentativo di emarginare l’Italia, la difesa di imprese monopoliste e di Stato nella libera concorrenza europea, il tentativo di imporre una carta costituzionale indegna di questo nome – farraginosa e confusa – e contenente il disegno di marginalizzare nel loro potere decisionale paesi come Spagna e Polonia, descrivono la natura di questo impasse nel raggiungimento di un’unità europea.
è il quadro di una realtà intenta, più che a generare ricchezza intellettuale ed economica, a litigare sulla sua distribuzione. è il quadro di una realtà che rischia di essere emarginata dalla scena mondiale se persiste nell’anti-americanismo, nel non sostenere lo sviluppo dell’America latina a causa del protezionismo agricolo, nel neocolonialismo verso il Terzo mondo.
Eppure la battaglia non è persa se si riprende il vecchio spirito europeo che punta sullo sviluppo delle società a scapito dello statalismo, che tende all’integrazione interna e all’apertura verso l’esterno, contro i sogni egemonici che vogliono riportare la storia europea ad anacronistiche grandeur. Ma per questo ci vuole proprio quel che si vuole rifiutare: quella coscienza di essere nel solco di una tradizione giudaico-cristiana che ha reso democratica e fattiva una parte del socialismo europeo rendendolo fattore di giustizia sociale e che ha volto parte del liberalismo verso un’idea di sviluppo scevro da sistemi tesi a garantire la rendita. L’Europa degli “io” non isolati, delle famiglie in cui si sappia volere bene, della fede, del lavoro, dei soggetti popolari, di chi crede in un ideale… L’Europa di chi vuol ricominciare da chi l’ha fondata cinquanta anni fa.
*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà
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