Un’altra Francia è possibile

Di Arrigoni Gianluca
08 Dicembre 2005
IL MITO RIVOLUZIONARIO E L'ANTICLERICALISMO, LA PERDITA D'IDENTITà E LA DEBOLEZZA DELLO STATO, L'IDEOLOGIA CHE BRUCIA LE BANLIEUE: COLLOQUIO CON JEAN SéVILLIA

C’è un legame, tra la ‘Loi 1905’ e la crisi ‘di senso’, di ‘punti di riferimento’ e di ‘identità’, come ha detto Jacques Chirac riferendosi agli avvenimenti delle ultime settimane in Francia?
Quella legge, fondatrice della laicità, viene presentata come un pilastro della Repubblica francese, ma attorno alla ‘Loi 1905’ gravitano alcune menzogne storiche e tra queste tre sono essenziali. La prima è che viene detto di quella legge che sarebbe la garanzia della neutralità dello Stato in materia religiosa. Ora, storicamente, la legge, e la laicità, non viene affatto dall’idea della neutralità dello Stato nei confronti della religione ma, al contrario, da una legge, una filosofia e una politica dirette in modo aggressivo contro il cattolicesimo, contro il potere della Chiesa cattolica nella società francese. Il secondo elemento storico che viene dimenticato è che quella legge non è stata in nessun modo il frutto di una discussione ma è stata imposta ai cattolici francesi senza nessuna concertazione. Ed è per questo che la ‘Loi 1905’ venne condannata in modo solenne da due encicliche da Papa Pio X. Una terza menzogna storica importante è che quella legge non è caduta dal cielo, ma è la conclusione di venticinque anni di una politica laicista e anticlericale, condotta da governi che si erano dati come obiettivo di annientare la potenza e il potere della Chiesa nella società francese. La legge sulla separazione tra lo Stato e le Chiese è la conclusione di questa politica che è stata una costante del periodo che va dal 1879 al 1914, e che ha visto al potere la sinistra anticlericale. In quel periodo non c’è stato nessun cattolico alla guida dello Stato o del governo, e nessun cattolico neppure tra i ministri. Questo vuol dire che in quel periodo i cattolici francesi sono stati esclusi di fatto dalla politica nel loro paese, pur rappresentando il 95 per cento della popolazione francese.
Non è stata la Chiesa con la sua ingerenza nella politica francese, a giustificare l’anticlericalismo che, tra le altre cose, si diceva difensore della sovranità nazionale?
è quello che sostenevano gli anticlericali. Ma la Chiesa, e più in generale la religione, ha per sua natura una dimensione sociale. In Francia, alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo, la Chiesa aveva certo un discorso sociale che però non era necessariamente politico, come ho mostrato nel mio ultimo libro (Quand les catholiques étaient hors la loi, Ed. Perrin, febbraio 2005), nel senso che la Chiesa in quanto tale non dava indicazioni di voto. Tra gli anticlericali c’era semplicemente la volontà di togliere alla Chiesa il potere che esercitava attraverso le congregazioni religiose, che potevano avere un’influenza sulla società occupandosi dei più poveri, degli ospedali, dell’insegnamento e così via. Nel pensiero della sinistra anticlericale c’era l’idea che la religione doveva per forza essere limitata al ‘privato’. Questo è in contraddizione con la visione cristiana, come hanno ricordato, tra gli altri, papi come Leone XIII, Pio X e oggi Benedetto XVI. La fede non può che esprimersi anche nel ‘pubblico’, oltre che nel ‘privato’. Quindi non ha fondamento l’accusa d’ingerenza portata contro la Chiesa dagli anticlericali, che alla Chiesa sono ostili per principio e che rifiutano alla Chiesa il diritto di pronunciarsi su un certo modo di intendere l’uomo. Penso che la Chiesa in quanto tale non debba dare consegne per il voto, ma quando in gioco c’è una certa filosofia dell’uomo o della società la Chiesa ha il diritto di difendere la sua visione dell’uomo e della società e quindi un suo intervento può essere legittimo.
Quanto l’anticlericalismo deve alla mitologia della ‘Rivoluzione’?
Molto. L’anticlericalismo, in Francia, ha delle radici antiche e diverse e trova una delle sue fonti nella mitologia rivoluzionaria. Una delle ragioni per le quali i cattolici francesi, nel XIX secolo, non erano repubblicani è che durante la rivoluzione la Repubblica si è costruita nell’anticristianesimo. Bisogna ricordare, e in Francia è difficile che se ne parli, che la Rivoluzione francese è stata per la Chiesa un periodo di violente persecuzioni. Persecuzione ed eliminazione del clero, distruzione degli Ordini religiosi, confisca dei beni della Chiesa a vantaggio dello Stato, tentativo di creazione di una Chiesa scismatica con la Costituzione civile del clero e così via. La persecuzione rivoluzionaria è stata terribile. Si voleva sradicare il cristianesimo e, in pratica, per dieci anni la religione cristiana è stata vietata, in Francia. Le Chiese venivano chiuse, si dava la caccia ai preti in nome della ‘Ragione’ e dei ‘Lumi’. Nel XIX secolo i cattolici francesi non avevano quindi lo ‘spirito repubblicano’ perché per loro la Repubblica era legata a questa persecuzione anticristiana. Tanto più che anche nel XIX secolo i repubblicani erano anticlericali o, se si preferisce, gli anticlericali erano repubblicani, e dunque i cattolici non erano e non potevano essere repubblicani. Dopo la Prima guerra mondiale c’è stata un’attenuazione dell’anticlericalismo, che non è più stato il collante dei partiti al potere.
E questo grazie a un patriottismo condiviso che ha visto i cattolici partecipare alla guerra e all’Union sacrée.
Esatto, e anche perché quando la ‘Loi de 1905’ è stata approvata, nello spirito degli anticlericali è l’ultimo atto di un processo che ha portato lo Stato ad impedire il riconoscimento della legittimità della Chiesa. Se le cose non sono andate come pensavano gli anticlericali è perché l’opposizione passiva dei cattolici ha mostrato che quella legge era inapplicabile. Questo ha costretto il governo a emendare la legge già dal 1907. Quelle correzioni permetteranno ai cattolici, per esempio, di utilizzare effettivamente e liberamente le chiese. Un compromesso che non è dovuto al liberalismo del governo dell’epoca ma alla condanna della legge da parte del Papa e alla resistenza dei cattolici. è questa resistenza che ha costretto il governo, suo malgrado, a farsi, in qualche modo, liberale. Ma non era nelle sue intenzioni, all’inizio. Pensiamo agli ufficiali cattolici nell’esercito. Nel 1900, con una decisione tenuta segreta, il governo aveva organizzato un sistema che gli permetteva di spiare tutti gli ufficiali dell’esercito, grazie anche alla complicità della massoneria, in questo caso del Grande Oriente. Gli ufficiali che andavano a Messa, o i cui figli frequentavano delle scuole religiose, si vedevano bloccare la carriera che veniva invece agevolata per i repubblicani e i ‘liberi pensatori’. Questo sistema si rivelò fallimentare all’inizio della Prima guerra mondiale, nel 1914, quando nei primi mesi la metà dei generali francesi furono licenziati a causa della loro incompetenza. Guarda caso, si trattava di ufficiali che erano stati promossi per la loro fedeltà al regime repubblicano e non per il loro effettivo valore militare.
E questo in nome della Repubblica.
Il problema è che in Francia c’è una forte tradizione ideologica che viene dalla Rivoluzione francese. Mentre molti paesi sono entrati nella ‘modernità’ in modo più o meno sereno, magari con qualche convulsione ma con delle riforme del loro sistema politico ed economico, solo in Francia, con la Rivoluzione, c’è stata l’espressione di una volontà di rottura totale con il passato, con la monarchia e con il cristianesimo. Questa idea di rottura ha impregnato in profondità la cultura politica francese, mentre gran parte degli altri paesi funzionano con l’idea della riforma. I francesi invece credono di ‘progredire’ grazie al principio della ‘tabula rasa’. Si distrugge tutto e si crea, dal niente che segue la distruzione, un nuovo mondo su delle nuove basi. Questo porta gli intellettuali e gli uomini politici francesi a una continua ricerca dell’uomo nuovo, della creazione di uno schema ideale che a sua volta porta a una negazione della realtà, a un accecamento di fronte alla realtà. Naturalmente, l’ideologia può cambiare a seconda dell’epoca. C’è stata l’ideologia della Terza Repubblica, che si voleva razionalista e che ha prevalso fino alla Seconda guerra mondiale. Poi c’è stato il predominio dell’ideologia comunista, poi il ‘sogno del terzomondo’, il maggio ’68, e la visione libertaria degli anni 70. Dagli anni 80, siamo entrati in quello che definisco le-droits-de-l’hommisme, con i diritti dell’uomo che diventano la sola guida e il filtro attraverso il quale tutto deve essere analizzato. Questo vuol dire che il nostro sistema intellettuale funziona sempre con delle ideologie che impediscono di vedere la realtà. Lo schema ideologico oggi, in Francia, porta a negare o disprezzare l’idea di nazione, di patria. I fenomeni migratori hanno portato a un’importante popolazione immigrata in Francia, e qui veniamo ai problemi messi in evidenza dall’attualità. Se non riusciamo a risolvere il problema è perché, in fondo, la società francese non sa più, o non vuole più sapere, qual è la sua identità. Si rifiuta l’idea di patria e di nazione ma poi si fa fatica a rispondere alla sfida posta dall’integrazione di una popolazione immigrata di un nuovo tipo, che si trova di fronte a una società che non si può definire perché non siamo capaci di concepirla e perchè siamo usciti dal quadro nazionale, patriottico. Nello stesso tempo, e seguendo la stessa via, non si vogliono riconoscere delle radici neppure al quadro europeo.
Intende il rifiuto, soprattutto francese, di riconoscere all’Europa delle radici giudaico-cristiane?
Voilà. In questa visione, senza radici, l’Europa non è più che una comunità politico-economica, una specie di grande mercato, che non ha storia, non ha radici. Siamo sempre nel desiderio ideologico, nella filosofia della ‘tabula rasa’, sostenuto da una parte dell’Europa e più particolarmente dalla Francia, e questo porta alla negazione della realtà.
E’ questa filosofia della ‘tabula rasa’ che può spiegare il fatto che nel dibattito francese ‘gli altri’ siano, sempre e a priori, dei nemici da combattere? Come se il torto o la ragione fossero sempre e comunque da una parte sola?
Questa è l’eredità della violenza rivoluzionaria. Mentre una società dovrebbe normalmente procedere con delle riforme, che suppongono un dialogo ed eventualmente un compromesso tra le diverse parti. In Francia effettivamente, proprio a causa della nostra cultura impregnata dal mito della violenza rivoluzionaria, si parte dall’idea che l’avversario ha comunque torto e che va eliminato perché un compromesso non è possibile. è la logica dei Giacobini, è la logica del 1793.
Da questo punto di vista, quello della violenza distruttiva che non accetta compromessi, si può dire che quelli che nelle ultime settimane hanno messo a fuoco le banlieue sono perfettamente integrati.
Certo. Sono preoccupato per l’avvenire, perché per uscire da questa profonda crisi ci vorrebbe una solida volontà politica sostenuta da uno Stato che non dubiti della sua legittimità. Oggi la Francia è estremamente frammentata socialmente, con delle popolazioni che tra di loro non si parlano, che non si capiscono più, con uno Stato che non gioca più il suo ruolo di arbitro imparziale, che si fa carico del bene comune. Dobbiamo affrontare una terribile sfida, con dei giovani venuti dall’immigrazione che vivono nelle banlieue e che non amano la Francia e che dovrebbero essere integrati da un paese che, lui stesso, non si ama. Sia la Francia che i giovani venuti dall’immigrazione hanno delle capacità, non sono tutti dei teppisti. Bisognerebbe ritrovare un grande progetto sociale e politico comune che unisca i francesi, mentre la Francia è piuttosto in una specie di spirale negativa. Ci vorrebbe un nuovo slancio, un progetto, una visione per l’avvenire che unisca tutti quanti. Ma questo presuppone uno Stato che non dubita di sé e forte di una grande legittimità. Tra le ragioni che mi fanno sperare, pur in una società molto scristianizzata, c’è il rinnovamento della fede nei giovani. Una gioventù che si è formata e corrisponde alla ‘generazione Giovanni Paolo II’ e ora alla ‘generazione Benedetto XVI’. Questa forza, anche se estremamente minoritaria, esiste e penso che domani avrà un suo ruolo nella società.

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