Uniati, esempio e scandalo

Di Persico Roberto
05 Luglio 2001
Ivan Choma, Josif Slipyi, 150 pp. La casa di Matriona, lire 16.000.

La storica visita di Giovanni Paolo II in Ucraina ha portato alla ribalta l’esemplare e drammatica vicenda dei cosiddetti “uniati”, la piccola comunità cattolica di rito orientale che da quattro secoli costituisce esempio e scandalo, fragile miracolo di unità fra Oriente e Occidente e pietra d’inciampo per chi pretende di asservire la Chiesa ai poteri di questo mondo. Sorta dall’unione di Brest nel 1595-96, la Chiesa ucraina greco-cattolica mantiene la liturgia e l’ordinamento giuridico orientale e insieme riconosce l’autorità suprema del vescovo di Roma. Man mano che estendevano il loro potere sulla regione, gli zar l’hanno duramente perseguitata, per ricondurre i cristiani all’ortodossia e all’obbedienza al patriarcato di Mosca, fedele servitore dei voleri imperiali. Quando Stalin durante la seconda guerra mondiale lancia l’ultima sanguinosa persecuzione, blandendo il nazionalismo ortodosso e accusando i cattolici di essere traditori della patria, in combutta coi tedeschi, non fa in fondo che riprendere una sanguinosa tradizione (e non solo russa: sempre e dovunque il potere politico, per asservire la Chiesa ai propri disegni, cerca per prima cosa di tagliare i rapporti con Roma). Ma l’attacco di Stalin aveva l’ambizione di essere definitivo: spazzare definitivamente dalla faccia della terra la piccola comunità greco-cattolica. Per farlo occorreva privarla dei suoi punti di riferimento. Monsignor Slipyi, arcivescovo di Leopoli e metropolita di Hali, anima e cuore della coscienza culturale del suo popolo, è tra i primi a essere arrestato. Inizia una via crucis che durerà quasi vent’anni: il carcere, le torture e gli interrogatori notturni per cercare di strappargli una parola contro Roma, il GULag. Slipyi resiste a tutto, sorretto dalla certezza che le sue sofferenze sono per l’unità della Chiesa. Liberato nel ’63 per le insistenze di Giovanni XXIII, passerà il resto dei suoi giorni a Roma, a pregare e a lavorare «perché siano una cosa sola».

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