Uniati, esempio e scandalo
La storica visita di Giovanni Paolo II in Ucraina ha portato alla ribalta l’esemplare e drammatica vicenda dei cosiddetti “uniati”, la piccola comunità cattolica di rito orientale che da quattro secoli costituisce esempio e scandalo, fragile miracolo di unità fra Oriente e Occidente e pietra d’inciampo per chi pretende di asservire la Chiesa ai poteri di questo mondo. Sorta dall’unione di Brest nel 1595-96, la Chiesa ucraina greco-cattolica mantiene la liturgia e l’ordinamento giuridico orientale e insieme riconosce l’autorità suprema del vescovo di Roma. Man mano che estendevano il loro potere sulla regione, gli zar l’hanno duramente perseguitata, per ricondurre i cristiani all’ortodossia e all’obbedienza al patriarcato di Mosca, fedele servitore dei voleri imperiali. Quando Stalin durante la seconda guerra mondiale lancia l’ultima sanguinosa persecuzione, blandendo il nazionalismo ortodosso e accusando i cattolici di essere traditori della patria, in combutta coi tedeschi, non fa in fondo che riprendere una sanguinosa tradizione (e non solo russa: sempre e dovunque il potere politico, per asservire la Chiesa ai propri disegni, cerca per prima cosa di tagliare i rapporti con Roma). Ma l’attacco di Stalin aveva l’ambizione di essere definitivo: spazzare definitivamente dalla faccia della terra la piccola comunità greco-cattolica. Per farlo occorreva privarla dei suoi punti di riferimento. Monsignor Slipyi, arcivescovo di Leopoli e metropolita di Hali, anima e cuore della coscienza culturale del suo popolo, è tra i primi a essere arrestato. Inizia una via crucis che durerà quasi vent’anni: il carcere, le torture e gli interrogatori notturni per cercare di strappargli una parola contro Roma, il GULag. Slipyi resiste a tutto, sorretto dalla certezza che le sue sofferenze sono per l’unità della Chiesa. Liberato nel ’63 per le insistenze di Giovanni XXIII, passerà il resto dei suoi giorni a Roma, a pregare e a lavorare «perché siano una cosa sola».
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