In un’Italia devoluta, il Lazio sarà il Nevada e Roma Las Vegas
Roma è la città italiana più simpatica che si conosca, la città più popolare d’Italia per Cinecittà e il Grande Fratello, le trattorie e il Circo Massimo. È una splendida succursale dell’umanità sempre peccatrice e pur sempre penitente. Roma c’ha il Papa e questo basta alla Cnn e ai grandi media internazionali a mantenere una finestrella aperta sul Belpaese. Roma è, senza dubbio, la capitale d’Italia. Quello che sta per cambiare è il modo di pensare nei suoi palazzi di ampia e voluttuosa retorica risorgimentale. Si ricordi di Porta Pia e goda finché vuole della Breccia. Non vorremmo essere Luigi Firpo che la disprezzava, disprezzando quel ceffo di Pasolini, odiando il papalino popolino, lui un vate del papalinismo laico. Ma nel 2001 è superata l’idea che la statalizzazione di imprese popolari, opere di carità, scuole, sanità e casse di mutuo soccorso coincida con il bene del popolo tutto. Il risultato finale dell’unità sabauda e romanocentrica, di cui fascismo e antifascismo (con finale implosione di corruttela diventato matrice stessa della forma Stato) sono stati segnacolo di continuità, sono quei quasi 3 milioni di miliardi di debito pubblico e i 4 milioni di miliardi di debito pensionistico che gravano sul domani; le scuole e i servizi prosciugati con sistematico ardore burocratico dal fatto stesso che tutto finisce nella Capitale dove un direttore di Ministero, un funzionario, un capo ufficio stampa o un usciere, per quanto competenti e avvezzi all’Alta Amministrazione dello Stato, sono i simboli dell’alta vischiosità, inefficienza e arretratezza di uno Stato ottocentesco. È venuto il tempo che pure su Roma sorga un’alba di Rinascimento. Da sola come fino a oggi non ce l’ha fa più a risollevare le sorti del paese demograficamente più vecchio e finanziariamente più indebitato d’Europa, né a concertare siparietti amorosi con il sindacalismo (Cgil) più retrivo e conservatore del continente, fatto di pensionati e di chi il lavoro ce l’ha già… e che i giovani se la spassino con la disoccupazione e si distraggano con canne, criniere guevariste, marce antiglobalizzazione. La formula della perfezione non esiste. Ma se, «passettin-passettin, con umiltà, senza arroganza alcuna e nessuna presunzione, rimanendo in ascolto e con l’orecchio teso al popolo reale e pure all’opposizione, la compagine governativa rimane ferma sul programma e, soprattutto, resta coesa» come dice il moschettier Ignazio Larussa, beh, il ribaltamento del principio-pensiero che le decisioni su fisco, servizi, risorse, infrastrutture che servono al paese non hanno più bisogno dei funzionari e degli uffici di Roma potrebbe inaugurare il vero nuovo risorgimento italiano. Bisogna solo stare attenti, come ammonisce il professor Giorgio Vittadini (e l’ottimo leghista della prima ora Giancarlo Pagliarini sottoscrive), a non farne una questione ideologica o, peggio, stupidamente revanchista. Bisogna dire che Roma resta l’indiscutibile capitale, il grande simbolo dell’unità nazionale, la grande scena per i teatrini della politica e della religione. E che il resto però, solo per chi lo vuole, a richiesta delle Regioni, diventi devolution e sussidiarietà orizzontale e verticale. La cultura del piagnisteo resterà solo a quel 10% di quanti sono statisticamente sempre contro tutto. Allora anche Veltroni non si crederà più l’Imperatore d’Africa ma quel buon sindaco juventino che può diventare se studia e se si ricorderà della sua appendicite quando sarà di nuove tentato di scrivere che Forse Dio è malato. E Roma, forse, nel Nevada laziale, diventerà la Las Vegas italiana.
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