UNIVERSITA’ POCO REFORMANDA
È stata dura il 15 giugno. Perfino il Consiglio dei ministri si è dovuto trasferire a Montecitorio per dare man forte a una maggioranza decimata. Ma alla fine il governo è riuscito a fare approvare alla Camera il disegno di legge delega sullo stato giuridico dei docenti universitari. Ora tocca al Senato, ma intanto si è abbattuta sul ministro Moratti la solita pioggia di no. Puntuali come sempre, per primi sono arrivati gli ennesimi no della Cgil, della Conferenza dei rettori e degli atenei tradizionalmente “de sinistra”. Ma fin qui non c’è la notizia: trattasi della normale reazione con la quale baroni e sindacalisti da anni soffocano qualsivoglia tentativo di riformare la res universitaria. Anzi, visto che il partito del no accademico non ci sta, è lecito pensare che qualche buon articolo questo ddl lo contenga per davvero. Saranno soddisfatti almeno i sostenitori della meritocrazia, quelli della concorrenza virtuosa del sapere. E invece no. A questo provvedimento dice no perfino Confindustria. E dicono no al ddl pure quei dodici accademici che nelle scorse settimane avevano raccolto 2.300 adesioni al loro appello bipartisan (lanciato dal Riformista e dal sito della Fondazione Magna Carta) per la riforma dell’università. Pure loro hanno detto di no alla riforma Moratti, e lo hanno fatto a chiare lettere sul quotidiano arancione del 16 giugno, il giorno dopo l’approvazione del testo alla Camera. Un testo «inaccettabile» – secondo i firmatari dell’appello di cui sopra – che «mostra quanto sia ancora radicata la volontà di continuare a battere la strada rovinosa del corporativismo». Proprio così, dicono che il provvedimento è malato di “corporativismo”. Ma allora chi è che ha vinto, se né gli anti-Moratti né i riformisti cantano vittoria?
PREVIO ESAMINO, SENZA CONCORSO
Le pietre dello scandalo sono numerose, ma la più rovente è quella che colpisce i cosiddetti “non strutturati”, cioè tutti quelli con un piede dentro l’università e l’altro fuori. Nel ddl infatti sparisce la figura del ricercatore “a vita”. Dopo il dottorato e i successivi assegni di ricerca, cioè, chi vuole entrare in università potrà farlo solo a tempo determinato, con contratti al massimo triennali rinnovabili all’infinito. Ed è un bene: un po’ di competizione non può che giovare. Il problema è che il ddl, agli attuali ricercatori “a vita” e a tutta una fauna di figure professionali che in granparte la competizione neanche si ricordano cosa sia, distribuisce veri e propri regali; da una parte attribuisce loro, semplicemente «su domanda» (o previo esamino, ma senza concorso), il titolo di «professori aggregati»; dall’altra, in tutti i concorsi per l’avanzamento di grado, prevede posti riservati per quelli che già lavorano in università da anni e non si sono mai guadagnati l’idoneità a insegnare. In pratica, i non strutturati e i nuovi arrivi potrebbero trovare le vie d’accesso alla carriera accademica bloccate dagli avanzi del vecchio sistema, i quali si troveranno quasi per forza l’idoneità in tasca. Questi ultimi possono anche far leva sul fatto che costano alle università solo la differenza fra lo stipendio da ricercatore e quello da docente, cioè molto meno di un nuovo ingaggio. Un giochino che assomiglia tanto a una di quelle assunzioni ope legis di massa che in passato riempirono gli atenei italiani, per l’appunto, di ricercatori a vita.
«Le assunzioni ope legis si fanno per i fessi che ai concorsi normali non passano», tuona Adriano De Maio, sottosegretario alla presidenza della Regione Lombardia per l’Alta formazione, ricerca e innovazione, firmatario dell’appello dei dodici. De Maio dice a Tempi che il ddl sullo stato dei docenti «è obbrobrioso. È lontano anni luce dalle proposte che avevamo avanzato noi della Commissione che doveva orientare il ministro sulle problematiche del sistema universitario. Sa qual è il vero problema? Il valore legale del titolo di studio. Noi avevamo proposto di abolirlo, però dal ministero ci fecero sapere in fretta che tutto potevamo fare, ma non mettere in discussione il valore legale del titolo di studio. Invece, abolendolo, si delegifererebbe a tutti i livelli della vita accademica, fino a rendere inutili i concorsi. Allora finalmente il reclutamento dei professori lo farebbero direttamente gli atenei. Così le università che non si scelgono i migliori, si auto-dequalificherebbero». Secondo l’ex rettore del Politecnico di Milano e della Luiss di Roma, se non altro, è positivo il fatto che nella riforma dello stato giuridico dei docenti siano stati introdotti i contratti a termine per i ricercatori, «però la nostra Commissione di supporto aveva previsto contratti a termine a ogni passaggio di grado. Non per “precarizzare” il lavoro di tutti, ma perché è giusto che il lavoro di tutti sia valutato. Intendiamoci, non abolirei mai il posto fisso. Il tenure è un riconoscimento che non manca nemmeno nei paesi più concorrenziali, solo che all’estero è proporzionalmente molto meno diffuso che in Italia. Noi facciamo ridere i polli con tutte queste concessioncine: le assunzioni ope legis, la quota di stranieri, il titolo senza concorso. Maddài!».
LA PROPOSTA DI U&U
Per De Maio, dunque, «hanno avuto la meglio tutte le peggiori spinte corporative». Ma c’è anche chi, fra i dodici dell’appello per la riforma dell’università, questo ddl preferisce giudicarlo con i piedi di piombo, come quelli di Universitas & University (U&U). Giancarlo Cesana, della Bicocca di Milano, dal nitido no dei dodici pubblicato sul Riformista (anche a nome suo) ha preferito prendere le distanze, e lo ha fatto sullo stesso quotidiano diretto da Antonio Polito (17 giugno). Allo stesso modo, il presidente di U&U Daniele Bassi (Università di Milano) confessa a Tempi di non essere proprio sicuro che il ddl sia “inaccettabile”: «Certo, è pieno di errori. Per esempio sui concorsi si torna a quindici anni fa, visto che è stato eliminato il membro di Commissione interno. Si torna al sorteggio delle commissioni da Roma, con tutte le scorrettezze che questo sistema si porta dietro. E addio autonomia degli atenei».
Però, a proposito del nodo delle assunzioni ope legis, Bassi sostiene che «non basta dire: “I soliti sindacati”. Dietro il problema dei ricercatori c’è anche la grave ipocrisia del mondo accademico e delle istituzioni (ministero in testa) che li hanno sempre sfruttati come docenti, di fatto impedendo loro di fare ricerca. Naturalmente c’è anche l’ingenuità degli stessi ricercatori, che accettano di insegnare ben sapendo che la docenza per un ricercatore non fa curriculum. Ma non è il caso di risolverla, una buona volta, questa ipocrisia? Insomma, sono il primo a dire che i parlamentari italiani saranno per due terzi docenti universitari e si portano dietro un conflitto di interessi non indifferente, però, ripeto, è una semplificazione eccessiva dire che questo ddl è una vittoria delle solite corporazioni. Noi di U&U per esempio siamo a favore dell’introduzione dei contratti a tempo determinato per i ricercatori: la gavetta è sana. Ed è sano il fatto che chi vuole tentare la carriera si assuma anche il rischio di fallire. Semmai bisogna garantire che quel rischio sia ben pagato». Comunque, taglia corto Bassi, «per quanto riguarda il ddl sullo stato giuridico dei docenti universitari, preferisco vedere come si evolve l’esame in Senato. Ma noi di U&U abbiamo detto mille volte come la pensiamo: autonomia reale delle università, responsabilità degli atenei, abolizione del titolo di studio. Si parte da qui».
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