UOMINI A BANDA ACEH
Banda Aceh è l’apocalisse. Rovine a perdita d’occhio sotto il sole dell’Equatore, in un tanfo di morte, nel ronzare delle mosche. Branchi di cani e qualcuno che fruga fra le rovine, falò che ardono in un fumo denso. Come la fine del mondo, il giorno dopo. Fuggiti gli abitanti, e ammutoliti i pochi rimasti. Qui la morte è una mano che ti schiaccia contro la terra.
Ma t’accompagnano in questo viaggio d’oltretomba degli uomini: l’unico sacerdote cristiano di Aceh, un italiano settantenne, e un giovane camilliano americano, arrivato fin qui da Milwaukee, Wisconsin, con la sua veste nera e la croce rossa sul petto. Poi, tre suore, due giovani indonesiane e una anziana, italiana, di Biella. E assieme a questa compagnia cammini per Aceh la desolata, Aceh la annichilita. Nel fango nero e immondo che copre ogni cosa, tra le rovine che le ruspe non riescono a smuovere, emerge a tratti quasi intatto un segno della vita di prima: una ciotola per gatti, una sveglia, un mestolo, assurdamente integri nello sfacelo.
Insostenibile la fine del mondo, insopportabile questo odore addosso. Qui la morte ha vinto, pensi, occorre arrendersi, andarsene, abbandonare questa terra ai branchi di cani e agli sciacalli. E‚ evidente, basta guardarsi attorno: qui la morte ha vinto, andiamocene. Ma negli occhi del sacerdote settantenne non c’è traccia di voglia di andarsene. Le suore indonesiane, piccole, silenziose, con la loro mitezza paiono altrettanto ferme: noi restiamo. L’italiana guarda le risaie invase dall’acqua salata con dolore: da biellese, sa che per anni e anni qui di riso non ne crescerà più. Ma è sconforto di donna delle campagne, tutt’altro che disperazione. E il giovane camilliano arrivato fin qui da Milwaukee cammina fra le rovine, la grossa croce rossa sul petto, l’aria grave ma quasi fiera. Come pensasse: «Mai visto niente di così terribile. Tuttavia, io sono qui per ricominciare».
Uomini, a Banda Aceh. In questa compagnia di uomini l’apocalisse, pure atroce, non ha più il potere di schiacciarti. Non è, la sua parola di morte, quella definitiva. Il fumo acre, la melma turpe, e l’odore orrendo della morte, non sono l’ultima parola. Né il silenzio assoluto delle strade, nel buio della notte, rotto solo dai latrati dei branchi randagi. Non vincono, le tenebre. Ti resta in mente, su tutto, il crocefisso rosso sul petto di un ragazzo arrivato dal Wisconsin, e la faccia di un prete di 70 anni, che resterà qui.
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