Uomini o cavie?
“Alla scoperta dei nostri geni: lo scopo di una ricerca che continua” è il titolo dell’incontro del Meeting che ha ospitato Roberto Colombo, sacerdote, docente di Genetica e responsabile del laboratorio di Biologia molecolare e genetica umana dell’Università Cattolica di Milano. Al Meeting il professore è sempre stato di casa, e la mostra che ha curato alcuni anni orsono (“Il volto umano dell’embrione”), tradotta in diverse lingue, sta facendo il giro del mondo. Battagliero difensore della vita umana contro quelle forme di potere biotecnologico che la minacciano, è stato chiamato da Giovanni Paolo II a far parte della Pontificia Accademia per la Vita, un organismo vaticano che raccoglie studiosi di ogni parte del mondo e ha avuto come primo presidente Jérôme Lejeune.
Un laboratorio di biologia molecolare e genetica umana è un posto in cui oggi, nell’immaginario collettivo, si concentano tante speranze di progresso ma anche tante preoccupazioni. Professore cosa è che salva la ricerca scientifica da quegli esiti di “delirio” e di “barbarie” denunciati dal ricercatore Angelo Vescovi a proposito di clonazione dell’embrione umano?
La coscienza del nostro limite e il senso del Mistero, ecco ciò che salva la ricerca scientifica dal “delirio” e dalla “barbarie”. Quando preleviamo un campione di sangue o una biopsia da un paziente per studiarne la malattia a livello cellulare o molecolare, l’errore più grande che possiamo compiere non è sbagliare la diagnosi (può anche accadere, per fortuna raramente, quando si lavora male), ma consiste nel ridurre quel bambino, quell’uomo o quella donna ad una massa di cellule da coltivare e osservare o ad una miscela di molecole da separare e analizzare. Se si lavora male, c’è una cattiva biologia dell’uomo e una cattiva medicina, che possiamo però correggere, migliorare. L’errore non è l’ultima parola, nella scienza come nella vita. Invece, senza una domanda sulla persona e sul suo destino non c’è biologia umana e non c’è medicina: anche se si studia il corpo dell’uomo, si fa zoologia e veterinaria. La genetica umana sarebbe assurda se l’uomo non avesse un destino che la sua stessa origine lascia intravvedere: l’io umano non viene dal nulla, ma scaturisce dal Mistero, che ha voluto che attraverso l’incontro di due cellule, i gameti del padre e della madre, nascesse “questo uomo” e “questa donna”, non un altro o un’altra. Come ha detto il Papa alcuni anni fa, «nella biologia della generazione è inscritta la genealogia della persona». Se l’uomo non viene dal nulla, come vorrebbero invece i nichilisti, è realistico e ragionevole ritenere che la sua vita ha uno scopo, un senso positivo. La stessa ricerca biologica suggerisce questo: lo sviluppo dell’uomo è una continua tensione ad una forma matura – l’organismo adulto – che tuttavia non viene mai raggiunta nella sua perfezione. Biologicamente, l’uomo è imperfetto.
Perché è imperfetto? Non ci hanno insegnato che è il vertice del processo di evoluzione degli animali…
E’ vero, biologicamente l’uomo è il più evoluto degli organismi viventi. Eppure c’è un limite che ci dice che la sua biologia non è arrivata a toccare il vertice della statura dell’uomo, che non è all’altezza del suo destino. è la morte. Ma Dio non ha creato l’uomo per la morte ma per la vita, dice il libro della Sapienza. Per questo non si può fare biologia dell’uomo o medicina senza avere sempre presente con la coda dell’occhio il nostro destino: non si capirebbe ciò che i nostri occhi vedono e i nostri strumenti misurano. Tutti i dati che cogliamo della realtà resterebbero orfani di un significato, cioè ultimamente incomprensibili, assurdi.
Qui però lo scienziato lascia il passo all’uomo religioso …
No! è proprio su questo punto che la modernità non ha capito le premesse e la dinamica della ricerca scientifica, ed in particolare di quella biomedica. La “grande muraglia” tra ragione scientifica e senso religioso è frutto di un secolare pregiudizio. Ciò che muove uno scienziato o un medico ad affrontare la realtà della vita umana e a scoprirne i segreti ha alla radice la stessa domanda che ci troviamo addosso tutti quando ci alziamo ogni mattina, ci infiliamo i pantaloni e andiamo a scuola, all’università o al lavoro: «Chi sono io e che cos’è il mondo che mi sta d’innanzi? Da dove nasce la nosta vita? Perché stiamo bene o ci ammaliamo? Che senso ha la nostra fatica e il nostro riposo? Perché i nostri figli sono così diversi da noi? Cosa possiamo fare per il nonno che sta morendo?». Dietro a queste e innumerevoli altre domande sta lo stupore per la realtà da cui prende le mosse sia la domanda religiosa che quella scientifica. La seconda, però, rimanda alla prima, perché l’orizzonte della risposta al senso ultimo della vita è totale, mentre quello della risposta alle domande scientifiche è affascinante, ma penultimo, incompiuto. Ma sarebbe sbagliato contrapporre le due domande.
E’ soddisfatto della sua strana e duplice attività di prete e ricercatore scientifico?
Non mi sono mai sentito soddisfatto di me stesso, neppure quando giunsero i frutti delle fatiche del laboratorio, a Milano, negli Usa e in Inghilterra. Le risposte che riuscivo a conquistare non spegnevano la domanda sulla realtà che avevo tra le mani. Una domanda sulla vita accesa in me già dagli ultimi anni del liceo attraverso l’iniziale esperienza di Gioventù Studentesca, poi continuata all’università in Cl. In quegli anni non avrei neppure immaginato che, di domanda in domanda, lo sguardo sulla realtà avrebbe approfondito nel tempo il mio incontro con Cristo così da rendere quasi naturale l’abbracciare la vocazione al sacerdozio come forma adulta della mia vita. Una educazione continua che esalta la stima della realtà come volto del Mistero fatto: ecco ciò di cui sono debitore grato e stupito al carisma di don Giussani, e che rende la mia vita di sacerdote e di ricercatore una cosa sola.
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