VEDERE PER CREDERE

Di Marina Corradi
24 Febbraio 2005
Il professor Angelo Vescovi, studioso delle cellule staminali di fama internazionale

Il professor Angelo Vescovi, studioso delle cellule staminali di fama internazionale, si dice agnostico ma, interpellato circa la liceità della ricerca sugli embrioni, non perde occasione di affermare che per lui questa ricerca è inammissibile, perché l’embrione è vita umana fin dal principio. In un’intervista ad Avvenire, Vescovi spiega le «basi perfettamente scientifiche» di questa convinzione: «Qualunque fisico esperto di termodinamica può dire che all’atto della fecondazione c’è una transizione repentina e mostruosa, in termini di quantità di informazione. Una transizione di quantità e qualità di informazione senza paragoni, che rappresenta l’inizio della vita: si passa da uno stato di totale disordine alla costituzione della prima entità biologica. Contenente tutta l’informazione che rappresenta il primo stadio della vita umana, concatenato al successivo, e al successivo, e al successivo, in un continuum assolutamente non scindibile, se non in modo arbitrario». La spiegazione termodinamica del professore affascina. «Una transizione repentina e mostruosa in termini di quantità di informazione», qualcosa senza paragoni, sta all’inizio della vita: «dal totale disordine alla prima entità biologica».
Dal caos dunque alla creazione, ogni volta che inizia un uomo, come la prima volta. L’indice della mano di un Dio ordinatore, ancora una volta, ogni volta che comincia una vita, possente come in Michelangelo nella Cappella Sistina. Ma non è poesia, è termodinamica, insegna il professore. Uno scambio di informazioni senza pari. Prima era il caos, poi la vita che procede, imperterrita, ordinata alla luce. «Io rispetto eticisti e filosofi – conclude Vescovi – ma non è possibile fare etica o filosofia prescindendo dalla biologia e dalla fisica, perchè filosofia e etica devono applicarsi alla realtà, e non a una astrazione».
Hannah Arendt: «Vedere è idèin, sapere è eidénai, cioè aver visto: prima si vede, poi si conosce». Il problema oggi infatti sta nel non voler “vedere”.

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