VEGETTI FINZI: SERVE UN LIMITE
Quando Marina Corradi su Avvenire le ha fatto notare che in Italia si fanno 120 mila test genetici e 100 mila amniocentesi all’anno e le ha chiesto se non ci fosse il rischio che dall’idea di maternità come accoglienza si passase alla maternità intesa come performance, la psicologa Silvia Vegetti Finzi ha risposto: «Temo un futuro di figli omologati, pavento un mondo di Barbie e Big Jim. Quante future madri ansiose vedo, sempre in attesa di un nuovo responso medico».
Professoressa, in quella stessa intervista lei sembrò voler fornire un antidoto all’illusione di onnipotenza che oggi la tecnica ci offre parlando di «necessità di darsi dei limiti». Perché?
Io credo che la procreazione vada sempre legata alla relazione. Un bambino ha diritto di avere un padre e una madre. Credo che rispetto alle possibilità infinite offerte dalla tecnica sia necessario porre un limite. Questo limite è, appunto, nella relazione, affinché la maternità non diventi affare esclusivo della sola donna.
Oggi, invece, dinnanzi a tali possibilità nessuno sembra voler arretrare al limes, ma tutti vogliono godere in nome del desiderio. C’è chi parla di dittatura dei desideri.
Il desiderio deve essere sempre temperato dal senso di responsabilità perché le radici del desiderio sono lunghe e finiscono nell’onnipotenza. Va valorizzato l’aspetto vitale del desiderio – senza cui vivremmo in una palude stagnante -, ma anche temerne gli eccessi attraverso quel senso di responsabilità che nasce dal relazionarsi con gli altri.
Un’inchiesta di Annalena Benini sul Foglio mostrò bene come le giovani che oggi premettono la carriera alla famiglia poi, passati i trent’anni, vivono una sorta di rimpianto per questa loro scelta. Mettere la carriera prima della famiglia che effetti dà?
Innanzitutto la prima controindicazione è la sterilità. I ginecologi ci dicono che il ricorso alla fecondazione in vitro dipende in gran parte da questo ritardo. L’ideale sarebbe potere avere figli quando lo si desidera, ma la nostra società tende a sopire il desiderio di maternità, che rimane spesso un grido inascoltato. Però…
Però…
Sono tuttavia convinta che le nuove generazioni abbiano capito che questa scelta della “donna in carriera” possa essere riequilibrata da una vita che lascia spazio anche all’ambito famigliare. Mi pare di leggere nelle nuove generazioni una maggiore consapevolezza e una ricerca più equilibrata di un senso che tenga conto di più aspetti. Non è un caso, infatti, che ci sia una certa tendenza nel ceto medio a ripensare la vita in compagnia anche di un secondo e un terzo figlio. Fatto, questo, impossibile fino a qualche anno fa. (eb)
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