Veltroni inganna, come l’apparenza

Se c’è un errore che il centrodestra non dovrebbe fare è prendere sottogamba Walter Veltroni. Nelle due settimane seguite alla sua precipitosa indicazione alla leader-ship del Partito democratico, dopo l’esito elettorale delle amministrative, infausto per il centrosinistra, è esattamente ciò che è avvenuto. Non c’è nulla di più sbagliato che filtrare il giudizio popolare verso Veltroni attraverso le categorie dell’osservatore politico di professione. Se si segue questa via, infatti, Veltroni dovrebbe apparire ben lungi dall’essere una novità temibile. È già stato vicepremier di Romano Prodi, e grazie a una legge che porta la sua firma i tifosi del calcio hanno visto esplodere negli scandali la pietosa contraddizione di aver trasformato le squadre di calcio professionistiche in società a fini di lucro, col risultato che tre quarti dei club, per chiudere in qualche modo i bilanci, sono stati costretti a inventare falsi valori patrimoniali, cadendo prigionieri del giro obbligato delle compravendite di giocatori gonfiate e pilotate. Veltroni è anche già stato segretario dei Ds, e dopo aver portato il partito pressoché al minimo storico ha dovuto riparare sul buen ritiro del Campidoglio. E adesso a Roma i problemi concreti irrisolti si sprecano.
A lungo si potrebbe continuare. Ma il segreto di Veltroni è che nessuna di queste contestazioni “politiche” gli ha finora scalfito la pellaccia. La sua suprema capacità, infatti, è quella di saper usare meglio di altri la comunicazione convergente multimediale. Mascherò la crisi della “sua” Unità, quando era direttore, grazie al cinema d’antan in videocassetta. Idem dicasi per lo slogan del “suo” congresso Ds, quell'”I care” che nascose il duro confronto con Sergio Cofferati dietro un’abile via di fuga da internazionale democratica, lanciando con anni di anticipo la linea adottata dai democratici americani postclintoniani per riconquistare, nel 2008, la Casa Bianca ai repubblicani. E oggi, se vi chiedete dove e con chi stia Veltroni, spesso non troverete una risposta certa. È referendario sulla legge elettorale, ma solo a parole, perché poi non raccoglie le firme. La “sua” Roma è diventata la capitale della risposta in chiave neolatina alla tradizione berlinese del Gay Pride. Eppure dovete aspettarvi che una delle sue prime visite da leader del Pd sarà a papa Ratzinger. Dall’aumento delle aliquote Irpef al colpo di mano sugli studi di settore dell’ultima Finanziaria, stentereste a trovare una sola sua presa di posizione che non comprenda sia le ragioni del governo sia quelle di chi protesta. Mentre sulla tanto sbandierata liberalizzazione dei taxi fu lui a bloccare Pierluigi Bersani un anno fa, imponendo l’annacquamento del suo decreto. La città di Roma, però, è rimasta bloccata più volte per le proteste perché alla fine la mano vellutata non ha sortito migliori effetti del pugno di ferro, tranne fargli perdere credibilità. Eppure Veltroni appare e dunque “è” nuovo, perché nuova è la sua capacità di coniugare linguaggi. Don Milani e Sant’Egidio, mitemi cattolico-sociali e comunitarismo alla Michael Waltzer, postideologismo solidale e stemperamento di ogni frattura di ceto. Veltroni è un grande abbraccio caldo. Un maxi concerto Dalla-De Gregori con tutti in lacrime con l’accendino acceso, ripreso cinematograficamente da un Michael Moore per dargli una lettura pseudosociale. Ci scherzino pure i leader del centrodestra. Ma se si sentono superiori, bisognerà che sappiano proporre anche loro qualcosa di diverso dalle solite canzoni del passato. È un fatto che da sei mesi a questa parte il vantaggio nei sondaggi del centrodestra non sia figlio dei suoi meriti, ma solo dei terrificanti errori del centrosinistra. Attenti dunque, perché l’aria può iniziare a tirare in altra direzione.

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