Verso le scarcerazioni condizionate dell'”indultino”

Di Esposito Francesco
09 Gennaio 2003
205 istituti penitenziari. Una “città dolente” destinata a 57mila persone stipate negli spazi che potrebbero contenerne al massimo 42mila

205 istituti penitenziari. Una “città dolente” destinata a 57mila persone stipate negli spazi che potrebbero contenerne al massimo 42mila. Celle che ospitano 13/14 detenuti quando dovrebbero accoglierne al massimo 4. Condizioni troppo spesso lesive dei diritti umani più elementari. Impossibilità di qualsiasi serio progetto di recupero del condannato. È questa la situazione delle carceri italiane. «Kafkiana», l’ha definita lo stesso Giovanni Tinebra, direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). «Insostenibile» o «disperata» secondo le associazioni di detenuti, i medici carcerari, i sindacati di polizia penitenziaria e i cappellani. Eppure in Italia, terra di condoni e amnistie concesse ad ogni categoria di cittadini, parlare di clemenza a favore del popolo delle carceri scatena ancora aspre discussioni di principio e dure rivalità politiche. Nelle ultime settimane, se ogni ipotesi di indulto continua a restare un miraggio (servirebbe il voto di una maggioranza qualificata pari ai 2/3 del Parlamento – secondo la legge costituzionale del 6 marzo 1992, votata sull’ebbrezza di Tangentopoli), s’è fatta invece più concreta la possibilità della scarcerazione condizionale prevista dal cosiddetto “indultino”, in votazione alla Camera il prossimo 16 gennaio.

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