Vienna come Belgrado?
Là un tempo era la quiete imperiale del Rathaus. Da questo intreccio di palazzi imponenti, viali e cortili Cecco Beppe governava un paese ordinato.
Professoressa Margareth: “ma europei siete impazziti?”
Oggi tra questi antiche mura imperiali volano uova e s’alzano strepiti di folla. I celerini austriaci corrono impazziti. Lì dietro le transenne il corteo sbraita e ondeggia. Margareth passa e guarda. Fa la professoressa in un liceo. Ha 35 anni, come tanti dietro a quelle transenne, sotto quei striscioni “Ma quella folla non siamo noi – scuote la testa – non è quello il nostro paese. E non è neanche quello che immagina l’Europa. Qui il nazismo non sappiamo più nemmeno cosa sia. Eppure da un giorno all’altro ci avete trasformato in una nuova Serbia. Isolati, boicottati, denigrati. Cos’ ho fatto io per meritarmi tutto questo. Cosa hanno fatto gli altri che, come me, non hanno neppure votato per Haider e si vedono trasformati nel ghetto dell’Europa? Se andrete avanti a trattarci così finirà che voteremo tutti per Haider. Che diritto ha l’Europa, che diritto avete voi di insegnarci come ci dobbiamo governare? Allora a cosa servono le elezioni?”
Perché Haider E sì, ironico destino quello dell’Austria. Nel ’94 un referendum, proposto dai liberali di Haider per fermare l’entrata nell’Unione di Bruxelles, venne respinto a larga maggioranza dagli austriaci. Se si tornasse a votare oggi probabilmente i contrari all’Europa sarebbero la maggioranza. Sì perché da queste parti gli allarmi e le minacce di Chirac, Prodi e D’Alema sembrano convincere ben poco. L’allarme, se un allarme c’è, è un altro. E’ la sensazione di essere entrati a far parte di un’entità sovranazionale che, all’improvviso, sembra voler defraudare i cittadini austriaci, privarli della loro volontà e della loro capacità di scelta. La salita di Haider al governo, nell’immaginario dei tranquilli sudditi di Vienna non rappresentava certo il ritorno di vecchi fantasmi. Piuttosto il desiderio di sbarazzarsi di quelli vecchi. Soprattutto l’uscita da un immobilismo politico e sociale durato per trent’anni. Trent’anni durante i quali i due partiti di maggioranza relativa, i socialdemocratici e i popolari, non si sono spartiti soltanto l’economia e i posti di comando, ma anche le carriere e le vite dei privati cittadini. “Guarda noi professori – mi spiega Margareth – non c’era verso di venire assunti in una scuola se non avevi la tessera. Appena finita l’università l’ho dovuta fare anch’io. Del resto chi poteva permettersi di fare diversamente? La nostra Costituzione prevede che i partiti si spartiscano le assunzioni nei posti pubblici. E dunque cosa potevo fare di diverso? Funziona così nelle scuole, nell’amministrazione pubblica, nelle imprese statali. Qui tutto si basava sulle tessera di partito: la tua fortuna e la tua sfortuna, il tuo successo o la tua emarginazione. Haider ha preso i voti di quelli che non avevano la tessera, o che erano stufi di doverla rinnovare, altro che neonazisti”.
Il programma del “mostro”? Democratico e liberale In effetti la capacità maggiore di quest’uomo, dipinto come un novello Adolfo, è stata quella di aver adeguato il proprio partito alle richieste di un paese immobile e stagnante. Quando, alla metà degli anni 60 “Captain Jorg”, come lo chiamano i suoi sostenitori carinziani, inizia un’irresistibile scalata ai vertici del partito liberale, l’Fpo è un piccolo e inutile serbatoio di voti per vecchi nostalgici amanti dei gagliardetti e delle vecchie birrerie. Insinuatosi come un ribelle di sinistra in questa formazione destinata all’estinzione Haider, non appena ne assume il controllo, congeda i vecchi dirigenti, si circonda di un gruppo di giovani “colonnelli” e incomincia a preparare un nuovo programma. Messo a punto tra l’85 e il 95 il programma di Haider è considerato oggi uno dei più moderni fra quelli della destra europea. Una miscela di neo-liberismo e di richiamo alla tradizione nazionale in cui mescolano l’ eliminazione degli sprechi dello stato sociale e la richiesta di maggiore libertà per le imprese, la lotta contro il consociativismo politico e la riduzione delle tasse, la richiesta di un maggiore controllo dell’immigrazione e la domanda di sussidi per le giovani famiglie con prole.
Se questo è nazismo: riduzione delle tasse, sussidi alle giovani coppie, libertà di assunzione Gli argomenti di punta della travolgente campagna elettorale che l’ha portato prima a diventare il secondo partito e poi a entrare nel governo sono soprattutto due: la riduzione delle tasse ad un’aliquota fissa del 23 per cento (contro un livello medio attuale di circa il 49 per cento) e il cosiddetto “kindercheque”. Studiato per permettere alle giovani madri di educare i propri figli senza essere costrette ad andare a lavorare, il “kindercheque” è un sussidio che per il primo figlio, stando alle promesse del partito di Haider, potrà raggiungere anche le 800mila lire al mese. Ma dietro alla promessa di consistenti assegni familiari si nasconde soprattutto un messaggio rivolto alle famiglie cattoliche: sottraete i vostri figli all’influenza dei kindergarten infarciti di educatori social-democratici e restituite loro una cultura e un’educazione familiare. Un messaggio che ha garantito ai liberali seguito e successo non solo nella fedelissima Carinzia, ma anche in tutto il resto dell’Austria. Ma la crescita registrata alle elezioni dello scorso ottobre (dal 21,9 per cento a quasi il 28 per cento) che ha trasformato il partito liberale nella seconda formazione politica del paese, non è soltanto frutto del voto cattolico e del kindercheque. Grazie alle sue proposte sulla libertà d’assunzione e l’eliminazione della lottizzazione partitica l’Fpo ha guadagnato il voto del 21 per cento degli iscritti al sindacato, un tempo riserva compatta dei socialdemocratici di Viktor Klima. La battaglia contro l’immigrazione selvaggia gli ha garantito i voti degli operai e dei manovali, preoccupati per la concorrenza d’oltre confine. Le richieste di maggiori libertà salariali e minori vincoli per i licenziamenti gli hanno portato in dote, invece, il seguito di professionisti e imprenditori. Un piccolo popolo di scontenti che s’illudeva, con un semplice voto, di poter cambiare il proprio futuro e rischia, invece, di ritrovarsi trasformato nella “nuova Serbia” d’Europa.
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