VINCERE LA PACE IN IRAK

Di Luigi Amicone
19 Agosto 2004
Bisogna che ce lo mettiamo bene in testa.

Bisogna che ce lo mettiamo bene in testa. Ci vorranno anni, scorrerà ancora molto sangue e occorrerà un’imponente opera di educazione prima che il più efferato movimento totalitario che sia mai sorto nel mondo venga sconfitto.
è inutile correre dietro alle spiegazioni sociologiche. Quante volte ci dovranno rimettere sotto gli occhi le biografie e i profili dei capi delle organizzazioni terroristiche: «Benestante, membro di una famiglia della borghesia araba, laureato, ha soggiornato in Europa e negli Stati Uniti, conosce le lingue, usa con disinvoltura le moderne tecnologie…»?
Anche se usa come kamikaze il povero adolescente palestinese o riempie di cinture esplosive il disoccupato giordano, il terrorismo islamico è il prodotto di una élite ed esprime in tutta evidenza l’esatto opposto di ogni dimensione umana e perciò religiosa dell’esistenza. Esso è ideologia atea e blasfema, che paradossalmente si è nutrita ed è cresciuta – come dicono gli osservatori più avveduti del fenomeno Al Qaeda – dello stesso cancro ideologico che ha devastato l’Occidente nello scorso secolo. Non l’islam, ma l’avvento dell’utopia nell’islam è l’elemento cardine di spoliazione della persona da ogni buon senso e di messa in moto del ragionamento astratto, estraniato, psicotico. Deserto, solo deserto è il cosiddetto fondamentalismo che fornisce così tanta carne da macello ai vari Bin Laden. Il fondamentalismo si modula su rituali e parole d’ordine che, nei fatti, anche quando si dedica ad attività benefiche, anche quando accudisce i bambini e sostiene le collette per i poveri, ha il cuore e lo scopo del suo agire rivolti verso la negatività e la morte. Altro che Dio. «Dai frutti li riconoscerete». E da chi può venire un frutto che documenta di esseri umani usati come un niente imbottito di esplosivo per massacrare altri esseri umani? Altro che grande satana americano. Ce l’hanno in casa, gli imam, e molto bene in vista in certe moschee e in certe scuole coraniche, il loro e nostro grande nemico.
Con gli uomini e le donne che si consegnano all’ideologia nichilista non c’è mediazione e negoziato possibile. Per questo oggi l’Irak è l’avamposto dove si combatte e dove si deve vincere la guerra che il terrorismo ha dichiarato al mondo. A tutto il mondo. Certo, se avessero dato retta al Papa, non è vero che il terrorismo si sarebbe fermato, ma non è neanche vero che la guerra non abbia versato benzina sul fuoco. Tutto vero. Però, siccome la storia non si fa con i “se”, i “ma” e i “però”, come viene così perentoriamente dimostrato dal diario di Micalessin – uno che per due anni ha imparato sul terreno cos’è la testarda realtà dei fatti – adesso l’Irak deve vincere la sua guerra al terrorismo e il popolo irakeno deve vincere la sua battaglia per la ricostruzione di un paese dove si possa vivere, lavorare, andare a scuola, in pace. E per vincere questa guerra bisogna che l’America resti là e che anche l’Europa faccia finalmente la sua parte. Credete che con la paura e l’ideologia mascherati di pacifismo, saremo tanto più sicuri quanto più ci ritireremo alla Zapatero (cioè scapperemo con la coda tra le gambe) dall’Irak? Emozioni, illusioni. Ricordiamoci che tutto è cominciato un giorno di settembre del 2001. E nessun esercito occidentale era allora né in Afghanistan, né in Irak. E anzi, l’esercito occidentale era in Kosovo e in Bosnia, a proteggere e a salvare – sia pur con tanti errori e colpevoli ritardi – i musulmani d’Europa.

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