Per vincere la paura

Di Emanuele Boffi
21 Luglio 2005
AL NICHILISMO SUICIDA DEL TERRORISMO ISLAMICO CHE FA STRAGI DA BAGHDAD A LONDRA NON SI PUò OPPORRE IL NICHILISMO APPAGATO DELL'OCCIDENTE. PARLA MAGDI ALLAM

C’è una pagina cui, di solito, chi scrive un libro, è particolarmente affezionato, mentre per il lettore comune costituisce un semplice atto dovuto o un riempitivo. In Vincere la paura (Mondadori, 2005) di Magdi Allam i “Ringraziamenti” si allungano non su una, ma su due pagine: «Questo mio libro non avrebbe potuto vedere la luce senza l’opera professionale e la partecipazione umana di tutte le istituzioni dello Stato, delle valorose persone che le rappresentano, che da due anni si sono prodigate per assicurare la mia incolumità fisica e per favorire il proseguio della mia attività giornalistica, minacciate dal terrorismo islamico e dall’estremismo di ogni risma che si annida anche nel nostro paese». E via di seguito due pagine di ringraziamenti a carabinieri, polizia, comandi militari, prefetture, servizi segreti, questure. Il vicedirettore del Corriere della Sera conduce da due anni una «vita blindata» – come lui stesso la definisce – avendo ricevuto in più occasioni minacce di morte. Vincere la paura, è il racconto dell’intreccio fra il proprio vissuto personale, la storia di un egiziano oggi italiano, e i fili della storia, ora ingarbugliati ora distesi, dei rapporti fra l’islam e l’Occidente.
L’attenzione per le persone – come testimoniano le due paginette sopracitate – prima che per le analisi sociologiche (che pure ci vogliono) e le letture storiche di fenomeni millenari (che pure sono indispensabili), costituiscono un vero fil rouge del libro di Allam che, infatti, inizia a dipanarsi col tributo ai «martiri della libertà». Sono le vicende, perlopiù sconosciute, di poliziotti e gente comune uccisi dagli uomini bomba e dai razzi del terrorista al-Zarqawi in Irak il 30 gennaio 2005, giorno del primo voto libero sul suolo che fu dei babilonesi. Il volume è ricco di vicende personali, da quelle dell’autore, a quelle del palestinese Abu Saber, padre di un ragazzo kamikaze, che trovò il coraggio di accusare il primo ottobre 2004 i capi di Hamas e Jihad islamica per «aver mandato alla morte i figli della Palestina».
Allam, qual è la ragione di questa scelta narrativa?
è stata la mia stessa esperienza professionale di comunicatore a convincermi che sia sempre più efficace veicolare un concetto attraverso il racconto di una vita. Questo stile, questa scelta narrativa serve però a esaltare il contenuto del mio messaggio.
Che sarebbe?
Quando parliamo di islam, quando discutiamo di rapporti fra civiltà, non fidiamoci degli stereotipi. Fidiamoci delle persone, delle loro storie, delle loro azioni.
Lei racconta della sua gioventù al Cairo, dove ricevette una prima educazione nelle scuole di suore comboniane e poi di preti salesiani. Narra di un Egitto “laico” – seppur non privo di incongruenze sotto la guida di Nasser – pervaso da un clima non oltranzista, addirittura godereccio. Poi aggiunge un’affermazione – all’orecchio dell’uomo della strada – piuttosto sorprendente: «L’islam radicale l’ho conosciuto in Italia, non in Egitto». Perché?
La prima ragione – la più banale – è di ordine cronologico. Il mio paese natale, negli anni Cinquanta, non conosceva il terrorismo di matrice islamica. La mia affermazione può sorprendere per una ragione molto difficile da vincere oggi: il lettore occidentale è abituato a pensare al mondo islamico come un mondo monolitico. Più in profondità potremmo dire – ricalcando un’espressione di papa Ratzinger – che oggi l’Occidente ha in «odio se stesso». Non si ama, disconosce le sue radici. Col risultato di regalare il proprio territorio all’intolleranza islamica. è nelle nostre moschee che si educano gli integralisti che vanno a farsi esplodere in Irak, in Afghanistan, in Bosnia e ora anche in Israele. Il vuoto di identità occidentale è nato dopo il 1989 con la caduta del Muro; un’identità che viveva della contrapposizione con il comunismo e che, anziché essere riempita, è rimasta vuota.
E nel vuoto sguazza il nichilismo suicida. C’è un passaggio nell’ultimo libro di papa Ratzinger (“L’Europa di Benedetto”, Cantagalli, 2005) in cui si legge: «L’uomo sa usare uomini come magazzino di organi e perciò lo fa; l’uomo sa costruire bombe atomiche e perciò lo fa. Anche il terrorismo, alla fine, si basa su questa modalità di “auto-autorizzazione” dell’uomo, e non sugli insegnamenti del Corano». L’errore di una libertà senza limiti – sembra dire il Papa -, sganciata da una «norma morale», ha come primo esito «un fare a meno dell’uomo». Nel caso del terrorismo potremmo dire che questa eliminazione si contraddistingue come autodistruzione.
Papa Ratzinger, come al solito, coglie il punto. è proprio l’auto-autodistruzione, il ridursi a nulla, il nichilismo, la radice di questa cultura della morte, incapace di costruire ma solo di distruggere con le bombe. è il relativismo applicato alla vita, per cui ci sono esistenze più degne di essere vissute di altre. Ma a che cosa porta tutto questo? Porta al suicida che che si fa esplodere in Irak, in Afghanistan, in Pakistan in nome di Dio, in una moschea dove si adora Dio, fra gente che prega Dio. Questa autodistruzione è il baratro in cui ci ha fatto precipitare il nichilismo: è l’annullamento dell’umano. Ma c’è anche un altro problema che vive l’Occidente.
Quale?
Esiste una lacuna sul piano dei diritti: l’incapacità di far rispettare le leggi. La retorica del multiculturalismo ha prodotto, anziché maggior integrazione, maggior emarginazione, soprattutto per i laici moderati. Prendiamo ad esempio l’Italia: se pensiamo chi debba essere il nostro interlocutore nel mondo islamico ci figuriamo l’imam con la barba lunga e la tunica bianca. Facciamo così per essere rassicurati – anche su un piano estetico – che il nostro interlocutore, essendo un uomo religioso, sia affidabile. Ma così, non è. L’islam è qualcosa di diverso. Dobbiamo usare nuove categorie interpretative e…
E…
E cambiare interlocutori. In Italia solo il 5 per cento dei musulmani frequenta le moschee. E le moschee italiane sono il ricettacolo degli integralisti.
Come nuovi interlocutori pensa a quegli isalmici moderati di cui ha riportato le dure condanne contro i terroristi dopo l’attentato a Londra?
Sì, certo. Anche se l’affermazione che più frequentemente mi sento rivolgere quando batto su questo punto è: “Questo vale solo per te, che sei una persona perbene, ma gli altri sono diversi”. Oppure: “Dove sono questi riformisti? Perché non si fanno vivi? Perché non parlano?”.
E cosa risponde?
Che non da oggi, ma dal IX secolo esiste nella cultura islamica una corrente di pensiero moderato e riformatore che svolge un fondamentale ruolo costruttivo all’interno delle società islamiche.
Concorderà che di costoro, ben poco si occupano le cronache.
Certo, e questo è un problema. Innanzitutto, infatti, occorre impegnarsi a dar loro voce, a farli conoscere. In secondo luogo, ed è qui il vero problema, bisogna fornire loro un sostegno politico.
Che non c’è.
Non c’è perché oggi i paesi musulmani sono retti da regimi. Regimi, si badi, teocratici ma anche laici. Esiste un fanatismo non solo religioso ma anche laico. Esiste un nazionalismo laico che, sul piano del confronto, non è meno fanatico di quello religioso. Potremmo dire che il fanatismo nel mondo islamico è trasversale.
Dunque?
Dunque si deve avere un atteggiamento molto pragmatico. Andare a verificare volta per volta, caso per caso, aldilà delle parole (il libro di Allam ha parole di fuoco contro la doppiezza dei Fratelli musulmani, ndr) quale sia l’atteggiamento di fronte ai diritti inalienabili dell’uomo: la sua libertà, la sua religiosità, il valore sacrale della vita.
Da dove ricominciare? Lei oltre ad indicare i riformisti dell’islam, la figura del nuovo papa («Benedetto XVI è un punto di riferimento per chi ha sete di certezze», scrive), aggiunge anche una nota in controtendenza rispetto la vulgata comune: «Perdendo i propri ebrei gli arabi hanno perso le loro radici e poi se stessi».
Gli ebrei sono sempre stati una parte integrante e millenaria della realtà dei nostri paesi. Non sono mai stati degli ospiti, degli stranieri di passaggio. Nel libro racconto una mia esperienza sentimentale adolescenziale: mi innamorai di una ragazza e fui costretto a lasciarla su pressioni della polizia. Solo dopo il mio arresto scoprii che lei era ebrea. Prima di allora non mi ero mai posto il problema. Questa “ingenuità” – se così vogliamo chiamarla – è una testimonianza di una mentalità che c’era allora in Egitto, aperta e tollerante. D’altro canto, l’ostilità nei territori arabi contro gli ebrei è stata ed è una gravissima mutilazione, innanzitutto, per gli stessi islamici. Questo vale anche per i cristiani; va fermata l’emorragia di cristiani che fuggono dai paesi islamici. Va sconfitta quella mentalità insita nei paesi islamici che si vergogna del proprio passato, delle proprie radici pre-islamiche. Ciò che c’era prima dell’islam era una realtà plurale ed esaltante di cui andare fieri. Anzi, bisogna ricomporre spazi di libertà per tutti. è lungo e faticoso, ma qualche segnale lo abbiamo. Pur fra tante contraddizioni in Marocco, ad esempio, hanno riaperto le porte per far ritornare gli ebrei.

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