Vita di una condannata a morte
Khalida Messaoudi, Una donna in piedi, 172 pp. Oscar Mondadori, lire 14.000
Oggi è deputato al parlamento di Algeri. Ma per girare per il suo Paese ogni volta deve mettersi in testa una parrucca diversa. È guardata a vista da un drappello di fedelissimi che la scortano ovunque, le procurano le auto ogni volta diverse, le trovano gli appartamenti che cambia ogni settimana. Perché sulla testa di Khalida Messaoudi, algerina quarantatreenne di origine berbera, pende una condanna a morte. L’ha emessa, nel 1993, il Fronte Islamico di Salvezza, il movimento dei fondamentalisti islamici all’origine della guerra civile che da dieci anni insanguina l’Algeria. Perché Khalida rifiuta ostinatamente di sottomettersi alla cappa di oppressione che vorrebbero calare sul Paese. L’accusano di ateismo. Ma lei rigetta l’addebito. Solo che – spiega in questo libro-intevista che risale al 1995 ma che oggi torna di sorprendente attualità – «il mio Dio non ha niente a che vedere con quello dei tagliagole e dei violentatori del Fis». Proviene da una famiglia di “marabutti”, insieme autorità religiosa e civile della struttura sociale berbera. Viene cresciuta nello studio del Corano. Ed è così che scopre che molti dei precetti imposti dall’islam non si trovano in realtà nel libro sacro. Si rende conto che la “legge coranica” è in effetti un alibi che ciascun gruppo dirigente modella a suo uso e consumo: la schiavitù, che il Corano legittima, viene abolita; il prestito a interesse, che sarebbe proibito, è invece permesso. Matura così una religiosità profonda e tollerante, che coniuga la fede con Voltaire e Averroè. E lancia la sua battaglia in difesa delle donne, che «sono per gli islamisti come gli ebrei per i nazisti»: la razza inferiore da annichilire per affermare il proprio dominio. Dal 1984 la sua azione si concentra contro il “Codice della famiglia”, che sanziona civilmente il diritto islamico: la vendita delle figlie, il ripudio, la poligamia, l’obbligo di assoluta sottomissione ai maschi della famiglia. E tutto questo in un Paese cosiddetto “moderato”.
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