Vita sovrannumeraria?

Di Tempi
18 Novembre 2004
Meglio il franco abrogazionismo del referendum radicale o l’ipocrisia politicamente corretta della proposta di Giuliano Amato, che dopo la parola “peccato” abolisce la parola “concepito”? Vogliono via libera per fabbricare vite umane come pezzi di ricambio, per selezionare la specie e consegnare la riproduzione ai tecnici (e agli interessi industriali) di laboratorio. Per questo, per sottrarre le intenzioni della vita alle intenzioni del Potere, meglio di tutto è la legge già approvata, la legge 40. Le inquietudini del laico Galli Della Loggia e del cattolico Colombo intervenuti a un dibattito promosso dal Centro Culturale di Milano*

Don Roberto Colombo – Il fatto che questa sera siamo qui così in tanti dice che abbiamo colto che qui si gioca una questione decisiva, sul piano culturale e sul piano educativo. Sul piano culturale perché si tratta di imparare ad avere un giudizio adeguato su una realtà, quella del generare umano e dell’essere generati; ed è una grande questione educativa perché si tratta di introdurre a questa realtà i più giovani e i meno giovani, coloro che guardano alla vita con uno sguardo positivo e che dunque desiderano essere introdotti ad un rapporto vero con la vita.
Le questioni sono tre. La prima è quella della concezione dell’uomo e della sua origine, cioè del generare e dell’essere generati, del venire al mondo e dell’essere messi al mondo, del mettere al mondo qualcuno. La seconda questione riguarda la medicina – sono tanti i medici qui questa sera: qual è il compito della medicina di fronte alla nascita, all’origine della vita? Le tecniche che abbiamo sentito descrivere così efficacemente hanno in qualche modo per la prima volta posto una grande questione alla medicina, perché non si tratta né solamente di diagnosi né, nella maggior parte dei casi, di terapia, e neppure di cura. Che cos’è la fecondazione in vitro, dentro l’esperienza professionale di un medico? E la terza questione è: qual è il compito di una legge? La legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita che tanto ha fatto e fa discutere. Qual è il compito della legge? Vorrei partire da questo punto perché ci può provocare. San Tommaso nella sua Quaestio 93 della “Prima secundae” scriveva così: «La legge umana è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione la si nomina legge iniqua; in tal caso però cessa di essere una legge e diviene piuttosto un atto di violenza». La legge che è stata approvata è una legge che risponde alla ragione e ad una ragione usata in modo ragionevole, cioè una retta ragione, oppure no? E qual è il compito che una legge ha dentro un contesto culturale ed educativo che si propone di affrontare? Perché si è arrivati alla legge quando la questione è scoppiata, perché dal punto di vista culturale ed educativo non si sapeva più da che parte prenderla questa questione. La legge assolve a questo compito oppure no? Dobbiamo dire che la concezione di legge che si è sviluppata nella modernità non è certo quella di san Tommaso: diciamo che assomiglia assai più alla costruzione delle regole di un gioco, alla costruzione di regole sociali che possano garantire un minimo di convivenza tra posizioni, uomini, situazioni, circostanze differenti. Però come sappiamo le regole di ogni gioco, da quelle del campionato di calcio fino a quelle del torneo di briscola, sono fatte perché vinca il più forte: le regole esistono per questo, perché si affermi il più forte. Ora, entro la questione della procreazione medicalmente assistita c’è un soggetto che la legge ha fatto per la prima volta affiorare – dopo che era stato nascosto dentro a una miriade di altre questioni – che è il più debole di tutti, e qualunque regola del gioco che non ne avesse affermato la soggettività lo avrebbe costretto alla perdita cioè alla morte, alla distruzione. Questo soggetto, che la legge per la prima volta in Italia riconosce, si chiama “concepito”, cioè l’uomo all’inizio del suo sviluppo.
Devo dire che la legge non è mai l’inizio di un cambiamento. Arrivati alla situazione disastrosa in cui l’esercizio arbitrario e l’esercizio illegale – cioè al di fuori di una regolamentazione legale, anche se legalmente concesso, perché in Italia tutto ciò che non è proibito dalla legge è concesso –, si è richiesto l’inizio di un riscatto, cioè l’inizio di un cambiamento. Una legge non è mai un cambiamento, ma può creare le condizioni perché inizi un cambiamento. Vorrei fare due esempi. Una legge che riconosca la libertà di educazione non detta affatto la possibilità di un’educazione adeguata ai nostri figli, ma crea le condizioni perché vi siano luoghi, istituzioni, iniziative che siano realmente educative per tutti. Una legge che valorizzi la sussidiarietà dentro alla società non significa automaticamente un miglior contributo di ciascuno al bene comune, ma crea le condizioni perché possa sussistere un diverso rapporto, migliore, tra l’iniziativa del singolo e il bene comune. Questa legge a mio avviso, lo devo dire francamente, è una legge che crea la condizioni per cui possa iniziare un cambiamento nel modo di concepire il generare e l’essere generato, e nel modo di concepire il rapporto tra la medicina e l’inizio della vita. Chi ha descritto questa legge come una legge “cattolica” – e non sono stati in pochi – in realtà non rende ragione né ai cattolici che l’hanno sostenuta e promossa, né ai laici, non meno numerosi, che l’hanno anch’essi sostenuta e promossa. E neppure rende un buon servizio alla Chiesa, né allo Stato. In realtà per un cattolico, cioè per chi si riconosce in questa tradizione e in questa esperienza di un popolo che da duemila anni, a seguito di un incontro, di un avvenimento ha visto cambiare la propria vita e dunque anche il rapporto con i propri figli, con la propria moglie, con i propri amici, per chi si riconosce in questa esperienza l’unico atto degno del venire al mondo e del mettere al mondo è l’atto d’amore tra un uomo e una donna che hanno consacrato il loro amore attraverso la grazia di Cristo. Questo è l’unico luogo adeguato, dove amore e procreazione sono le condizioni per una collaborazione (pro-creazione) al disegno di Dio che chiama alla vita. Ma questa ragione, che nasce da un avvenimento e dunque da un’esperienza in cui questo avvenimento è diventato forma di vita, seppure tentativamente, dentro alla storia di un popolo, questa non è la ragione per cui i laici hanno sostenuto questa legge; e per cui questa legge non può essere in alcun modo detta “cattolica” né “dei cattolici”, perché laici e cattolici si sono entrambi riconosciuti in quella retta ragione che è capace di introdurre alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, e dunque di tenere conto anche dei fattori che – ora andremo a vedere – sono stati normati dalla 40/2004.
Innanzitutto la prima questione è che ciò che è in gioco è l’io, un soggetto umano: ciò che è in gioco nel generare e nell’essere generati, nel mettere al mondo i figli e nel nascere è una persona umana, cioè ciascuno di noi. Se c’è una legge che ci tocca tutti, è questa, perché ha a che vedere con la nostra origine, con l’inizio della nostra vita: ognuno di noi è stato quell’embrione descritto prima, e dal quale ha preso inizio lo sviluppo della nostra vita fino alla nostra maturità. Non si può misurare l’uomo: ogni approccio alla vita umana che ne comporti la misura non riconosce che nell’uomo vi è qualcosa che eccede l’uomo stesso, per cui l’uomo non è misura a se stesso e non è misura degli altri. Riconoscere un soggetto umano fin dalla sua origine significa riconoscere che quell’io che porta la coscienza di tutto l’universo è più grande di tutto l’universo, e nessuno di questi embrioni, per quanto piccolo, malformato, affetto da malattie genetiche, vale meno di tutto l’universo: ne vale di più. E la legge ha inteso anzitutto in una forma laicissima, cioè di ragione, esprimere questo. L’articolo 1, al comma 1, così recita: «La legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». È la prima volta che in una legge dello Stato italiano si afferma che il concepito ha un diritto; e solo quando si afferma che un soggetto ha un diritto lo si riconosce nella sua soggettività, cioè nell’essere qualcuno che non può essere misurato. La difesa del singolo io è garanzia di democrazia per tutti, difendere il concepito significa affermare la possibilità per tutti di esistere, di vivere, di partecipare al bene e alla vita di questa società. Se c’è un soggetto, se c’è un io, ci sono dei diritti: per il solo fatto che io dico “io”, io affermo di esserci, di esistere, dunque affermo il mio diritto di esserci, e non di non esserci, cioè affermo un diritto alla vita, a non essere fatto fuori. Così scriveva Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae, n. 71: «La legge civile deve assicurare, per tutti i membri della società, il rispetto di alcuni diritti fondamentali che appartengono nativamente alla persona e che qualsiasi legge positiva deve riconoscere e garantire. Primo e fondamentale per tutti è l’inviolabile diritto alla vita di ogni essere umano innocente».
L’articolo 14, al comma 1, afferma che è «vietata la soppressione degli embrioni». Questa affermazione, che deriva dalla soggettività riconosciuta dell’embrione, dice proprio che il primo diritto dell’embrione, che la legge è chiamata a riconoscere e tutelare, è il suo diritto alla vita. Nessun embrione, per nessuna ragione, può essere soppresso.
Dopo il diritto ad esserci c’è il diritto ad esserci “come sono io” e non come un altro vorrebbe che io fossi. Ciascuno di noi è un io irripetibile, unico di fronte al mistero dell’Essere da cui viene, che ci ha creati per noi stessi, come afferma il Concilio Vaticano II: «L’uomo è l’unica creatura che Dio ha voluto per se stessa e non per un altro». Il diritto a non essere selezionati, a non essere manipolati somaticamete o geneticamente viene affermato all’articolo 13, comma 3: «è vietata ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti», ovvero tutti gli interventi volti a manipolare o diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete, ovvero a predeterminarne le caratteristiche genetiche. Sono vietati gli interventi di clonazione, sia quella per la generazione di bambini sia quella per la produzione di cellule staminali, la cosiddetta “clonazione terapeutica”.
Dopo il diritto ad esserci e ad “esserci come sono, per quello che sono” c’è il diritto ad “esserci per me stesso”, a essere per me e non in funzione di un altro. Come si esprime nella famosa e citatissima affermazione di Kant, «l’uomo è un fine in se stesso». Nell’universo intero non esiste nulla che valga più dell’uomo, e l’intero universo vale meno anche di un solo uomo, di una sola persona umana. «È vietata – afferma l’articolo 13 – la produzione di embrioni a fini di ricerca o di sperimentazione, o comunque a fini diversi da quelli previsti dalla presente legge, cioè la nascita di un bambino». Che un embrione non possa diventare oggetto di sperimentazione è il minimo perché la barbarie non sia la legge della ricerca scientifica o addirittura, come qualcuno vorrebbe, del progresso della nostra società. E infine, dopo il diritto ad esserci, ad esserci come sono, ad essere per me stesso e non strumento per altro c’è il diritto a “diventare ciò che sono chiamato ad essere”, cioè il diritto a svilupparsi, a nascere, a crescere, ad essere educato, introdotto alla realtà: questo la legge lo prevede quando vieta la crioconservazione degli embrioni umani. In Italia non lo sappiamo, ma le stime dicono che potrebbero esserci fino a trentamila embrioni crioconservati, embrioni ai quali è stato negato il diritto di crescere e di svilupparsi. E poi l’articolo 14 dice che «tutti gli embrioni devono essere trasferiti in un unico e contemporaneo impianto e comunque in numero non superiore a tre». Ogni embrione generato attraverso questa tecnica non può avere altra destinazione che quella dell’accoglienza dentro il grembo di sua madre, che, se la grazia di Dio lo vorrà, porterà a termine il suo sviluppo fino alla sua nascita, anche se sappiamo che questo non sempre accade e accade solo in un numero ridotto di casi.
Il generare e l’essere generati è una relazione personale: la medicina deve entrare con molta discrezione, solo nei casi estremi e i meno invasivamente possibile. Il principio della ridotta invasività degli interventi medici, che tanto è stato sbandierato negli ultimi decenni come criterio di qualità dell’assistenza medica, è stato rinnegato dalle tecniche di fecondazione in vitro. La legge ha cercato di mettere un po’ d’ordine in questo, chiedendo che il ricorso a queste tecniche avvenga solo qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o di infertilità. Il ricorso a queste tecniche deve cioè seguire il principio della gradualità, a seconda di cosa sia effettivamente richiesto per affrontare la condizione di sterilità di coppia.
È infine vietata, all’articolo 4, comma 3, la fecondazione di tipo eterologo, cioè con ricorso ai gameti o in alcuni casi estremi anche all’utero di un’altra donna, di un terzo soggetto. Questo afferma il principio che il rapporto fra genitori e figli è una relazione unica, è chiamata ad essere una relazione unica nella quale vi è la certezza di un rapporto, e questo rapporto è garantito attraverso un’adeguata relazione sociale.
Per concludere vorrei ricordare questo, e cioè che l’amore inizia sempre da un rispetto. Ciò cui noi siamo chiamati di fronte alla vita che nasce è un amore, un’accoglienza, una cura; ma non ci può essere educazione all’amore se non c’è anzitutto una regola, e la regola che introduce all’amore si chiama rispetto. Quando un ragazzo e una ragazza si mettono assieme e cominciano ad imparare che cosa vuol dire volersi bene, per poterlo imparare devono anzitutto rispettarsi l’un l’altra, cioè riconoscere che l’altro non mi appartiene, che l’altra non è mia, che tutt’e due apparteniamo ad un Altro, all’Essere, al Mistero che ci fa. Se non c’è almeno questo sentimento, o presentimento, di rispetto verso un “tu” che sta di fronte al mio “io”, non può nascere un amore – cioè un abbraccio, un abbraccio dell’Essere perché l’altro mi è donato. Il minimo che noi possiamo chiedere di fronte alla vita che viene al mondo, alla vita che viene generata in provetta è il rispetto. So bene che il “rispetto” non è ciò che definisce in modo più adeguato il rapporto tra di noi: da quando il Mistero si è fatto carne ed è divenuto un uomo come noi, Gesù Cristo, il rapporto tra gli uomini è un rapporto d’amore. Ma almeno il rispetto, come condizione favorente un’educazione all’accoglienza e all’amore, questo lo dobbiamo chiedere, e lo dobbiamo difendere attraverso lo strumento che oggi in Italia è possibile. Grazie.

Pier Alberto Bertazzi – Cos’è in gioco, secondo lei, con il fatto che un bambino venga considerato un figlio oppure un prodotto?

Ernesto Galli Della Loggia – Vorrei rispondere a questa domanda semmai alla fine, come conclusione non di un ragionamento; io sono – a differenza di tutti quelli che sono dietro a questo tavolo – digiuno di conoscenze scientifiche, e sarà forse per questo che non riesco ad avere opinioni, ma ad avere soltanto domande. Anche stasera, avendo sentito cose molto interessanti, a me però queste cose producono delle domande. Per esempio, come mai, nonostante la produzione scientifica che ci è stata illustrata questa sera, su questo argomento la scienza parla con due, tre voci o cinque così diverse, così opposte? è una domanda che mi faccio, se i dati a disposizione di tutta la comunità scientifica sono questi che noi abbiamo ascoltato? Io non metto assolutamente in dubbio che i dati siano questi, ma mi domando come sia possibile questa discrepanza di opinioni a partire dai dati scientifici ancora oggi. Ho letto su un giornale – era Il Riformista – un lunghissimo articolo, che invece arrivava a conclusioni completamente diverse da quelle che abbiamo ascoltato a proposito di quella che io chiamerei fecondazione artificiale; questa fecondazione medicalmente assistita è veramente una di quegli argomenti a rischio e i primi imbrogli incominciano con le parole, sempre; ormai da ottant’anni, una delle grandi lezioni del ventesimo secolo è stata proprio questa, che i grandi imbrogli iniziano proprio con le parole. Questa è fecondazione artificiale, ma ci sono tante cose artificiali che sono ottime, forse la scienza però è meno scientifica di quello che noi pensiamo, forse anche gli scienziati hanno un punto di vista ideologico, nell’uso della scienza. Questo in realtà non lo so, però me lo domando. D’altra parte io non mi fiderei neanche delle dichiarazioni della legge italiana, se non sbaglio la legge italiana sull’aborto, nell’articolo 1 dice che la Repubblica italiana tutela la maternità e pone come supremo valore il fare dei bambini, mentre nell’articolo 2 dice che è consentita l’interruzione di gravidanza. Perché qui occorre tenere conto del duro scontro politico che avviene in parlamento, quindi professore, non si fidi delle dichiarazioni dei legislatori italiani perché è la politica; le leggi non sono la voce di Licurgo, la voce del legislatore, sono dei compromessi fatti tra partiti politici che rispondono a interessi e a elettorati diversi. La cosa pazzesca – la mia come vedete ha il tono di una confessione – è che in tutto questo bailamme in cui non capisco niente, come cittadino della Repubblica italiana, dovrei poi decidere in prima persona cosa bisogna fare, qual è la legge giusta. Così attraverso le elezioni sono io ad essere chiamato a decidere appunto quale deve essere la legge giusta, se ci sarà un referendum, sono io che devo decidere se abrogare o no questa legge. è come se mi chiedessero – ne parlavo poco prima con Camillo Fornasieri, direttore del Centro Culturale che ha organizzato questo incontro – se è giusto mandare una sonda su Marte e quali sono le possibilità di successo di una sonda su Marte. Questa naturalmente è una cosa diversa, perché non riguarda Marte, riguarda noi tutti, però sono discussioni, in cui la decisione per farsi una retta coscienza delle cose, le informazioni sui dati di fatto sono essenziali; sono sbigottito dalla diversità di voci che vengono dall’ambito scientifico. Io in questa discussione riesco soltanto a mettere un po’ di buon senso ed alcuni princìpi come punto di orientamento. Buon senso e princìpi, e poi arriverò alla conclusione rispondendo alla domanda che mi è stata fatta prima. Ecco voi conoscete le mie posizioni, ciò che ho scritto sui giornali, ma questo non vuol dire che uno non possa porre delle domande anche a se stesso. Per esempio, se rimane questa legge e se fossi costretto a votare ad un referendum direi sì, rimanga. Ma se questa legge rimanesse, io mi chiedo: avremmo o no la situazione paradossale che un embrione è giuridicamente più protetto di un feto? Sì, avremmo questa situazione paradossale, cioè, in Italia si può fare l’aborto e però l’embrione avrebbe una protezione giuridica di cui il feto – che è un embrione in stato più avanzato, molto più vicino ad una sembianza umana definitiva e completa –, non gode!
Questa mi sembra una cosa paradossale, una cosa che in qualche modo destituisce l’idea di battaglia di principio, perché allora bisognerebbe applicare a tutto il processo di gestazione questa salvaguardia del concepito a dispetto della legge tutela del concepito – come del concepito?! C’è un’altra legge che prevede la possibilità dell’aborto, questo per dire quanto la legge sia un flatus vocis. Gli ovuli devono essere per forza impiantati, quindi essendoci un tale rigore, se capisco bene, nulla impedisce a quegli ovuli, ad uno di quegli ovuli impiantati di attecchire e diventare un feto; poi la donna può abortire, naturalmente. Naturalmente questo non vuol dire che io sono a favore di abolire la legge sull’aborto, no naturalmente. Sono perché si consenta di rifiutare come si vuole l’impianto degli ovuli fecondati? No, naturalmente non sono neanche per questo. Sono disorientato però dall’idea che una volta i principi vengano applicati così rigorosamente, e invece un’altra volta si interpretino gli stessi principi con leggerezza. Penso che in tutta questa questione bisogna tenersi strettissimi a pochi principi, e cercare di difendere quelli finché è possibile. Personalmente dico che sono molto pessimista su questo tipo di cose, cioè penso che non si riesca a fermare niente, che non si possa riuscire a fermare niente per ragioni che poi illustrerò. Io penso innanzitutto che tra i principi sulla cui trasgressione non si possa transigere ci sia: no alla fecondazione eterologa. Per questo credo che la migliore arma contro la fecondazione eterologa sia la possibilità legale della ricerca della paternità. L’introduzione di questa legge in Svezia ha fatto drammaticamente scomparire i donatori di sperma, perché la possibilità di vedersi dopo dieci anni cinquanta bambini che ti chiamano papà ha terrorizzato tutti i baldi giovanotti svedesi che appunto vendevano alle banche del seme il loro sperma, tanto è vero che su questo leggevo che ha fatto fortuna una ditta, appunto una banca del seme danese, perché in Danimarca una legge del genere non c’è ancora, questa civilissima legge che appunto dà la possibilità in qualunque momento dell’esistenza di ricercare la propria paternità, di sapere di chi si è figli. Comunque la fecondazione eterologa va nei limiti del possibile impedita per il rispetto che si deve ad ogni nato, ad ogni essere umano che ha appunto il diritto di esistere. Perché poi, parliamoci chiaro, la fecondazione eterologa cosa vuol dire? Vuol dire consentire la paternità o la maternità anche alle coppie non eterosessuali, il che mi sembra una cosa non approvabile. Il secondo principio che ci tiene tutti d’accordo è il no alla selezione genetica in qualsiasi forma. Io non ho ancora capito, c’è una possibilità nei processi di fecondazione artificiale, c’è un momento in cui è possibile a chi voglia operare in questo senso procedere ad una forma di selezione genetica, sì o no? Io non ho capito questo, perché se c’è la possibilità, questa possibilità sarà sicuramente sfruttata, su questo non ho alcun dubbio. Anche con tutti i divieti possibili, come si controlla?!
è impossibile controllare queste cose, perché i divieti legali hanno un valore del tutto relativo. In ogni laboratorio ci sarà la polizia genetica?! Ma che ne sappiamo di quello che accade in un laboratorio? a meno che non ci sia una lesione della parte interessata che denuncia! Ma la situazione più probabile è che ci sia la complicità tra l’operatore medico e i genitori in questo tipo di cose. Quindi l’accertamento dell’illecito sarà difficilissimo, ci sarà una volta su mille, e allora? E allora non so… allora bisogna vietare tutto quanto. è stato detto che c’è il problema di cosa fare degli embrioni, congelati. Io ho sentito questa fortissima enfasi che c’è da parte cattolica sull’intangibilità dell’embrione, come l’embrione portatore di vita, dei diritti che l’embrione ha. Vi dico francamente che è una posizione che non mi convince. Non mi convince che i diritti della persona siano trasferiti in nome della continuità della vita, siano attribuiti poi ad un minuscolo ammasso di cellule, certo lo so che in potenza è un essere umano, un essere umano completo naturalmente, ma allora questo ragionamento dovrebbe portare a dire che se i diritti della persona sono attribuiti ad un embrione e per questo un embrione è giuridicamente protetto, allora un aborto è un assassinio. Il ragionamento vale in forza del fatto che stiamo trattando di principi, che hanno proprio questo di micidiale, non possono avere eccezioni se no non sono più dei principi. Dunque l’aborto sarebbe un assassinio. Sì, sì lo so che dite: «L’avevamo detto noi!». Solo che questa posizione non è condivisa non solo dalla maggioranza del popolo italiano e dalla maggioranza del suo parlamento, ma anche – se non sbaglio – nell’Evangelium vitae, nella massima pronunzia papale più recente su questi problemi, si rifiuta l’aborto ma non lo si equipara all’omicidio, fino al punto di dire che non è assolutamente detto che se l’aborto è da vietare però debba essere anche penalizzato. L’importante è che non venga legalizzato. Si esprime così Giovanni Paolo II. Non è importante che le legislazioni – ho letto attentamente l’Evangelium vitae e impegnerei il mio ultimo stipendio su questo punto, anche se non vale molto è pur sempre qualcosa – sanzionino penalmente e mandino in prigione la donna che abortisce – dice il Papa –, l’importante è che non venga legalizzato, che rimanga in un limbo di alegalità, di non perseguibilità ma che appunto non venga considerato lecito. Certo non sarebbe una sanzione adeguata se si trattasse di un assassinio. Qual è il diritto del concepito? Il diritto del concepito è il diritto a nascere appunto, il diritto alla vita. Ma io mi domando una cosa: la Chiesa ultimamente, e con lei tutta l’opinione cattolica – su questo non c’è stata nessuna spaccatura, uno dei rari casi in cui forse l’opinione cattolica è stata assolutamente d’accordo con la Chiesa –, è stata estremamente favorevole alla donazione degli organi. La donazione degli organi, quando non è dare un rene, comporta la soppressione di una vita. Tanto è vero che si è dovuto cambiare la legislazione sulla morte, la morte non è più considerata l’arresto del battito cardiaco ma invece l’encefalogramma piatto, a un certo punto bisogna procedere a, diciamo così, far cessare quella cosa che sta vivendo, che pure sta vivendo per il semplice fatto che è considerata morta. Ma siamo così sicuri che un corpo con encefalogramma piatto o quasi piatto non abbia qualche cosa segreta dentro di sé che in qualche modo è ancora la vita? Siamo sicuri che comunque sopprimerlo per squartarlo – perché di questo si tratta –, togliergli gli organi si concili con il diritto alla vita? Allora per esempio che differenza corre tra la donazione degli organi e la donazione di ovuli è un problema. Tra la donazione di un rene e la donazione di ovulo, naturalmente per clonazione terapeutica, c’è una differenza di principio? Se io posso donare il mio rene per salvare la vita di una persona invece non posso dare l’ovulo, non per la clonazione umana, per la clonazione di cellule terapeutiche. Io non riesco a vedere questa differenza. Però sono molto interessato se me la si illustra. Io ho tutti questi interrogativi, ma sono soffocato da queste domande anche perché sento, diciamo così, che sono poi domande finte nel senso che noi possiamo farci queste domande, possiamo anche eroicamente rispondere nel modo in cui più o meno finora abbiamo risposto, ma c’è un meccanismo implacabile innanzitutto della natura umana e poi della società in cui noi viviamo, che porta in un’altra direzione, in una direzione opposta. Quanti di noi saranno capaci il giorno in cui un’industria mettesse sul mercato dei medicamenti ottenuti attraverso pratiche di tipo illecito – questi di cui abbiamo parlato –, che però avessero effetti positivi, quanti di noi sarebbero capaci di rinunciare agli effetti benefici di quel farmaco perché quel farmaco è stato ottenuto in modo illecito? Io credo che qualcuno sì, qualcuno eroico ci sarebbe, ma credo che la maggior parte di noi, a cominciare da me naturalmente, accetterebbe facendo finta di non sapere, insomma si farebbe curare. Dire queste cose non porta da nessuna parte, cioè intendiamoci, io lo so benissimo, faccio lo storico quindi un po’ lo so che non si possono svuotare mari con i cucchiaini. Qui abbiamo due scienziati e però la scienza ha questo implacabile effetto di cancellare tutto ciò che le è incompatibile, perché? Perché produce cose che agli uomini piacciono, cose che agli uomini sono utili che sono belle per i viventi naturalmente, ma chi se ne importa di quelli che non vivono, chi se ne importa dell’embrione e del feto? Il feto vota? No e allora? La scienza accoppiata al suffragio universale – diciamolo anche in questa maniera –, inserita in una ambiente così democratico e di buoni redditi quali sono le nostre società, ha l’effetto di distruggere tutto ciò che è culturalmente incompatibile senza creare però una cultura che non sia se stessa.
Tutte le culture, gli assetti etico-culturali precedenti, sono la non creazione di nulla che lo sostituisca se non appunto la scienza che diventa la regolatrice e la formatrice dei comportamenti umani, cioè diventa la matrice culturale della società. Si possono fare e si fanno tutte le cose che sono consentite dalla scienza la quale appunto addirittura è arrivata a creare nuovi diritti, il diritto a un figlio di cui tutti parlano con la massima tranquillità. Ma chi poteva immaginare trent’anni fa che ci fosse un diritto a un figlio? I figli, o venivano o non venivano, punto e basta, non era possibile altrimenti. Questo per dirvi fino a che punto la scienza cambia la mentalità, perché, dal momento in cui c’è la possibilità scientifica di avere un figlio ovviamente gli esseri umani che sono fragili vogliono appunto avere un figlio, pensano di avere il diritto ad avere un figlio. A me questo non piace per nulla naturalmente, non c’è bisogno che ve lo dica, anche perché ci vedo un fortissimo elemento – qui sì ci vuole la parola – di populismo antidemocratico, perché la scienza è nelle mani per definizione di un’elite, gli scienziati sono una porzione infima della popolazione. Cioè su cento persone di scienziato ce n’è uno, quindi chi gestisce tutta questa cosa è una elite, una minoranza assoluta la quale è depositaria delle conoscenze e ha la possibilità di inventare le tecniche: insomma è quella che fa realmente andare avanti il mondo. Ho detto scienza, ma intesa nel suo senso più ampio: nelle sue varie articolazioni la scienza è anche per esempio la globalizzazione, il fatto che ci si sposta facilmente ormai, è anche questo un elemento che sradica e disintegra tutte le culture tradizionali; perché l’obiezione è: «Se non lo facciamo in Italia basta andare a Bellinzona, e questa cosa che voi parrucconi, retrogradi, cattolici bigotti volete proibire vorrà dire che la faremo a Bellinzona!». Milioni di persone possono andare a Bellinzona con una cifra ridicola, mentre cinquant’anni fa o cent’anni fa non era possibile, e questo lo si deve anche alla scienza che costruisce le automobili, il petrolio ecc. Però il fatto che la gente si possa spostare con grandissima facilità vanifica anche le capacità dei legislatori di normare i fenomeni. Certo, il legislatore italiano potrà dire quello che vuole ma poi appunto si potrà andare a Bellinzona, e ci si può andare a Bellinzona! Non è un argomento da poco. Certo, dal punto di vista etico non conta nulla, ma come argomento dal punto di vista concreto, per gli effetti concreti e reali che questo produce, qualcosa vale. Negli anni Sessanta, prima che fosse approvato in Italia l’aborto, migliaia e migliaia di donne italiane sono andate ad abortire all’estero e io ho ben presente questo fenomeno nei paesi come l’Inghilterra dove l’aborto era legale già allora. Oggi il viaggio a Londra costa un euro, se uno lo prenota con un certo anticipo: immaginiamo cosa ne può venire fuori. La domanda iniziale quale era? La rifaccia.

Bertazzi – La domanda che ho fatto all’inizio e che vorrei riproporre è questa: c’è qualcosa che lei sente in gioco, che veramente le sta a cuore e che pensa sia il punto su cui non possiamo solo fare dibattito?

Galli Della Loggia – Il guaio è che noi possiamo solo fare dibattiti, questo è il punto. Noi possiamo solo fare dibattiti e votare, più di questo non possiamo, ma ci sono in questo momento mille laboratori nel mondo che stanno andando avanti e io personalmente ho la sicurezza che sono ad un passo dal far la clonazione umana non a scopi terapeutici. Forse mi sbaglio, comunque noi possiamo solo fare dibattito e votare e quindi facciamo dibattiti e votiamo. Fare dibattiti cosa vuol dire? Cercare di diffondere domande, interrogativi. Naturalmente è chiarissimo che non vi ho voluto fare la deprecatio della fecondazione artificiale, insomma io la depreco, la depreco come credo qui tutti. Il punto è cosa ce ne facciamo di questa deprecazione se l’e entità contro cui ci troviamo di fronte ha questo potere smisurato, però noi naturalmente non possiamo che fare quello che facciamo – fai quel che devi, accada quel che può –, quindi continueremo a fare quello che dobbiamo, cioè le nostre critiche. Ma siccome qui tra di noi siamo tutti d’accordo, non dobbiamo convincerci di nulla perché siamo tutti convinti più o meno delle stesse cose. Ci sarà forse qualche dissidente che è molto attento a stare zitto, a non scoprirsi, ma qui siamo tutti d’accordo sulle questione essenziali, la fine di che cosa significa tutto ciò, la rivoluzione dell’umano e della negatività che ai nostri occhi rappresenta. Però rendiamoci anche conto della qualità della lotta che c’è in atto. Cosa ce ne facciamo quando ce ne siamo resi conto? Ci guardiamo in faccia e non possiamo fare altro. C’è un bellissimo verso dell’Odissea dove appunto i greci si rivolgono a Zeus e dicono: «Siamo mortali ma abbiamo la capacità di vedere, tu spegnici nella luce». è meglio spegnersi finendo nella luce piuttosto che finire nella tenebra senza vedere. è un po’ pessimista il mio punto di vista come forse si sarà capito. Naturalmente poi se parliamo della legge, se si fa un referendum io sarò per mantenere la legge pur avendo tutti questi dubbi che ho illustrato, perplessità dubbi sui principi che vengono affermati e poi in parte contraddetti, affermati in modo contradditorio ecc. Cosa è in gioco lei mi chiede. è in gioco l’idea dell’umano che noi fin’ora abbiamo avuto, questo è in gioco. E oserei dire anche il rapporto fra uomo e donna. C’è chi arriva a teorizzare una situazione in cui con il progresso della scienza e di queste tecniche, la procreazione sarà totalmente svincolata dalla sessualità e c’è già chi ha scritto anche che questa sarà la seconda rivoluzione dell’umanità successiva alla grande rivoluzione del neolitico che vide per la prima volta affermarsi la residenzialità umana, l’agricoltura e la nascita delle città dieci mila anni circa fa. Poi ci sarà appunto chi vede in prospettiva questa grande rivoluzione che appunto non riguarderà più l’organizzazione sociale elementare dell’uomo ma riguarderà il rapporto tra i sessi perché è ovvio che nel momento in cui la sessualità viene separata dalla riproducibilità dalla procreazione e la procreazione viene tutta affidata all’artificialità, anche la sessualità anche prende strade completamente diverse e cambia soprattutto il modo in cui la società vede la sessualità, con prospettive di mutamento agghiaccianti per me. Del resto già oggi nelle sedi delle conferenze internazionali si afferma che i sessi non sono due ma sono cinque, identificando i sessi con gli stili di vita sessuale e naturalmente mi pare che questo possa essere un anticipo significativo di questa tendenza al mutamento. Io non sono un filosofo, sono uno storico so soltanto parlare del passato per il futuro so soltanto esprimere dei dubbi, mi dispiace di averlo fatto in una maniera forse particolarmente deludente, insoddisfacente. Rifarei io due domande ai miei due interlocutori scientifici. Che cosa pensano che accadrà? Non in Italia con il referendum, in queste miserie, cosa accadrà a livello generale, nel campo della fecondazione, perché io mi sono avventurato sullo scivolosissimo terreno della profezia, parendomi chiaro che su quello che è il giudizio siamo tutti d’accordo. Voglio spingere anche loro su questo terreno scivoloso, perché questo è fondamentale affinchè io capisca quello che è una parte forse non espressa della loro posizione.
Via via che i tempi maturano sempre di più ai miei occhi, ma credo anche agli occhi di molti altri, la fede cristiana rimane fede nell’avvenimento di Cristo, ma diventa sempre di più fede nell’uomo e questo rappresenta l’ultimo baluardo. Calcando le tinte, questo è l’ultimo baluardo contro tutto il resto e per questo c’è oggi, io credo, proprio perché la fede cristiana si configura innanzitutto come fede nell’intangibilità di un quid humanum, che quindi va difeso a tutti i costi e che è irrinunciabile. Proprio per questo oggi alla fede cristiana si guarda con un’attenzione nuova che per l’innanzi forse non c’è stato, anzi sicuramente non c’è stato, perché via via che i tempi maturano, via via che sembrano quasi arrivare a una sorta di compimento, sempre di più si vede, si percepisce, si legge che il cristianesimo sia la fede in Cristo ma insieme la fede nell’uomo e quindi un formidabile baluardo contro la deriva delle cose.

Patrizia Vergani – Vi giro, a proposito di domande provocanti, questa: che differenza c’è per una donna tra donare ad un’altra persona un rene e donarle un ovulo?

Don Roberto Colombo – Ovulo e spermatozoo sono il segno biologico del legame tra una generazione e l’altra, della relazione genitori-figli e figli-genitori. La Chiesa ha detto che da escludersi sono tre tipi di donazione: quella del cervello e quelle di gonadi e tessuto gonadico.
Galli Della Loggia – Francamente quest’ultima cosa non la capisco bene, perché qui non si tratta di donare un ovulo per riprodurre tessuti che servono al miglioramento delle condizioni fisiche, così come sarebbe donare il proprio rene: capisco che c’è una distinzione, perché un ovulo non è un rene e ha una funzione biologica che non è quella del rene; ma è una distinzione che non riesco ad afferrare sul piano etico. Comunque non è certo questo il centro del problema. Quanto alla domanda principale, dov’è il confine, non lo so, poi non sono uno scienziato quindi darei una risposta orribilmente approssimativa in termini scientifici. So che però una differenza c’è: la storia della Chiesa e della teologia cattolica mi dà la certezza che c’è questa differenza, perché il feto nel corso dei secoli è stato considerato in modo molto diverso dalla Chiesa. L’aborto per molto tempo, in società diverse e in situazioni completamente diverse, era considerato sempre qualcosa di illecito, ma certo non nel modo e con i significati che ha avuto da quando la scienza ha reso tutti quanti, compresa la Chiesa, consapevoli del processo di formazione dell’embrione e del suo sviluppo e soprattutto da quando, cosa importantissima io credo, gli strumenti tecnici hanno consentito di vedere dentro la pancia di una donna quello che succede. Questo però dimostra come anche le prese di posizione di principio, che poi sono pronte a farsi forti di ragioni teologiche e morali, cambino nel tempo. Nella storia stessa appunto del cattolicesimo e dell’etica cattolica queste questioni sono molto mutate, quindi c’è sempre un gioco di interrelazioni tra principi e fatti e nuovi fatti che la scienza scopre. Io sarò forse, dal punto di vista etico, di un’insensibilità mostruosa, però tra un feto di sei mesi e un embrione di sei giorni io credo che ci sia una differenza. Credo che san Tommaso si sarebbe inventato un ragionamento per cui sarebbe riuscito a dire che c’era una differenza – penso a san Tommaso come a uno dei massimi esempi del razionalismo occidentale. La ragione, il buon senso mi dicono che c’è una differenza, poi sono pronto a sentire le opinioni contrarie.
Una presa di posizione ferrea è che gli embrioni congelati che ormai sono alcune decine di migliaia, non so quanti, debbano essere distrutti ma non possano essere utilizzati per scopi scientifici; io mi domando: ma il corpo di un uomo in coma può essere utilizzato per scopi scientifici e un embrione, che dev’essere buttato in un lavandino, invece no? C’è qualcosa che io non capisco in una posizione del genere, ma sono pronto a che qualcuno me la spieghi, però in modo razionale. Se quello è l’inizio di un corpo umano, quell’altra è la fine di un corpo umano, un corpo umano che sta concludendo la sua esistenza. Sono d’accordo nel non farne di nuovi, così come troverei orribile che si uccidessero delle persone per trarne gli organi, evidentemente. Ma quegli embrioni già ci sono, si dice che l’unico uso possibile è sopprimerli, eliminarli, non devono essere usati. È una ragione politica forse, perché si pensa – questa potrebbe essere una ragione valida – che se si comincia a usare quelli già congelati poi misteriosamente questi congelati continueranno a esistere sempre, trentamila embrioni congelati che non finiranno mai. Il problema, e con questa osservazione concludo, è che la cosa terribile della scienza è di non porre alcun limite alle proprie possibilità: in nuce c’è nella scienza un principio di onnipotenza e di smisuratezza che contrasta con la finitezza degli uomini, e che però li affascina e li attrae. Volendo essere un po’ apocalittico la scienza è il diavolo: il suo fascino è che all’uomo – del resto perché non doveva mangiare dell’albero della scienza? Perché si sarebbe creduto Dio, e in un certo senso le cose sono andate esattamente così, non vorrei fare il fondamentalista del Kansas – ad un essere finito che si ammala, che soffre, promette (e in qualche misura finora ha mantenuto: questo è l’aspetto terribile della forza di convinzione di questa promessa) l’illimitato sviluppo dell’età, della bellezza, della possibilità di avere figli, di superare tutti i limiti della sua finitezza. Questa è la cosa che noi come civiltà cristiana abbiamo messo in moto, e che oggi come un boomerang micidiale ritorna contro l’idea cristiana dell’uomo, cioè di un essere finito, è contro insomma l’idea di umano che noi abbiamo, contro l’umanesimo. Penso che voi medici siate in prima linea nel misurare tutto questo, nel sentirlo capillarmente giorno per giorno nella vostra esperienza, perché siete in qualche modo, voi qui presenti, sacerdoti di due religioni contrastanti e seguite per un minuto una religione e per un minuto un’altra, vivete veramente in una situazione di crinale – che credo sia, umanamente, se la sapete vivere come penso sappiate, un’esperienza affascinante anche se forse faticosa.
Se la scienza e poi il dibattito scientifico sono inquinati da tutte queste cose, ma allora, vivaddio, deve iniziare la guerra civile dentro la scienza! Una parte degli scienziati deve attaccare gli altri, perché non è possibile che all’esterno risulti soltanto una voce e non l’altra. Basta con questa unanimità smascherata.
è un uso ideologico della scienza. Smettetela di mantenere in vita questa specie di aura unanimistica in cui siete tutti scienziati. Se ci sono scienziati che imbrogliano dovete dirlo, dovete scriverlo, ma non su Tracce, dovete scriverlo su Nature!

(Testi non rivisti dagli autori)

*Parte prima, seguirà, la prossima settimana l’intervento della dottroressa Patrizia Vergani

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